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Facciamo le valigie, andiamo a Tel Aviv

Facciamo le valigie, andiamo a Tel Aviv

La notizia è di qualche giorno prima rispetto le vacanze natalizie, esattamente del 17 dicembre scorso, ma abbiamo scelto di comunicarla solo ora per inaugurare questo 2021 nel migliore dei modi.

A giugno dello scorso anno infatti è stata rinnovata la procedura di selezione per il finanziamento della mobilità in Israele di start-up Italiane. Un bando indetto dall’Ambasciata d’Italia in Israele e l’Agenzia ICE, con la collaborazione  del Ministro per l’Innovazione  Tecnologica  e  la  Digitalizzazione,  Intesa  Sanpaolo  Innovation Center,  la  Camera  di  Commercio  e  Industria  Israele-Italia  e  acceleratori israeliani.

Il fine della procedura era quella di offrire a start-up innovative italiane l’opportunità di un periodo di accelerazione di dieci settimane nell’ecosistema dell’innovazione israeliano.

Bene, abbiamo partecipato e siamo risultati tra i soggetti ammessi. 

Per noi è una grande occasione: Israele è uno dei migliori ecosistemi di innovazione al mondo e per confermarlo basta considerare che attualmente ospita più di 6000 start-up e oltre  350 laboratori di sviluppo e centri per l’innovazione di grandi multinazionali.

Intraprendere questo percorso – come ha sottolineato l’Ambasciatore Benedetti – rappresenta l’opportunità di esporre il nostro progetto a investitori di tutto il mondo in un Paese nel quale si concentrano ogni anno investimenti privati su realtà hi-tech per circa 8 miliardi di dollari, molte startup crescono fino ad affermarsi nel panorama internazionale e la media di exit delle start-up è vicina ai 100 milioni.

Da metà aprile inizierà questo nuovo viaggio che, siamo convinti, ci porterà lontano e che continueremo a raccontarvi sul nostro P-magazine.

 

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Ar e Vr nell’arte grazie all’accordo con Vection Technologies

Ar e Vr nell’arte grazie all’accordo con Vection Technologies

Abbiamo più volte raccontato il mercato dell’Arte, quanto questo sia importante per l’intero ecosistema economico e di come le forti barriere che lo caratterizzano siano superabili grazie alle implementazioni tecnologiche.

Per questo abbiamo siglato un accordo di collaborazione con Vection Technologies, un’azienda di software multinazionale che offre tecnologie real-time tramite soluzioni 3D, Realtà Virtuale, Realtà Aumentata, sviluppo web e App iOS e Android.

Insieme potremo dare vita a vere e proprie esperienze digitali all’interno del nostro Art Business Village grazie all’implementazione delle soluzioni che li hanno resi tra le società più riconosciute del settore. 

Gianmarco Biagi, l’Amministratore Delegato di Vection Technologies, ha commentato:

“Le tecnologie di realtà virtuale e aumentata rappresentano una significativa opportunità per gli operatori artistici / culturali di sbloccare nuovi strumenti di business per raggiungere visitatori, clienti e persone. L’attuale contesto pandemico sta accelerando la reinvenzione dei settori, dove la trasformazione digitale e le tecnologie emergenti giocheranno un ruolo fondamentale. Poetronicart è il partner ideale per accelerare la nostra strategia in questo settore, con profonda conoscenza e portata commerciale per portare sul mercato nuovi modelli di business innovativi allineati con l’Industria 4.0 “.

Stiamo già collaborando per lo sviluppo di una prima piattaforma pilota il cui rilascio è previsto per il Q1 di quest’anno. 

Per noi è una significativa opportunità di accelerazione per introdurre strumenti innovativi e consentire quel processo generativo di valore che anima ogni nostro sforzo.  Vection Technologies (che è presente direttamente in Italia, Stati Uniti, India e Australia ed è quotata sulla borsa australiana) è indubbiamente il partner perfetto per un grande salto in avanti.

 

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10 domande all’artista Cristina Treppo​

P-MAGAZINE

10 domande all'artista Cristina Treppo

Cristina Treppo, artista e docente presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze. La sua ricerca attraversa la scultura, l’installazione e la fotografia. Vive e lavora tra Udine e Firenze e ha insegnato all’Accademia di Belle Arti di Venezia e all’Accademia Albertina di Torino. 

Le sue opere sono caratterizzata dall’utilizzo, spesso combinato, di materiali di diversa natura: dalla leggerezza e la fragilità del vetro fino alla robustezza del cemento.

La abbiamo incontrata per porle 10 domande, così da conoscerla meglio e apprezzare il suo punto di vista.

1. C’è un fil rouge che collega tutte le tue opere o sono frutto di ispirazioni estemporanee?
Se possibile parto dall’analisi di un luogo, di un edificio, e creo allestimenti site-specific, considerandone la destinazione d’uso e la storia. Ma non è un processo scontato, può avvenire anche il contrario: che un lavoro, o una serie di lavori, si innesti in un contesto dando vita a un dialogo fatto di assonanze o contrasti. Importante è che i progetti escano della dimensione dello studio, perché è proprio lo sguardo in un ambiente esterno che apre a nuovi significati.
Gli spazi sono animati da presenze, da fantasmi. Il filo che percorro è quello della memoria, prendendo in considerazione le tracce che lascia il passaggio delle persone, degli eventi e delle condizioni atmosferiche. Vorrei riuscire a cogliere gli strati sottili, invisibili, per trasmettere emozioni.

2. Parliamo di materiali e semilavorati. Le tue opere ne usano svariati, molto diversi. Come li scegli?
Nel tempo ho usato materiali diversi, che messi insieme sembravano potenziarsi, perché avevano caratteristiche dissonanti. Penso ad esempio al vetro, che in relazione a corpi pesanti sembra ancora più fragile. In un’altra fase mi sono servita di mobili e oggetti trovati che assemblavo e modificavo, rendendoli disfunzionali. Mi sembravano interessanti perché possedevano già strati di vita, una storia propria, il più delle volte misteriosa. In questo momento sono più interessata alla trasformazione di materie prime, al grado zero di un elemento che può diventare ogni cosa.

3. Qual è il materiale che ti è piaciuto di più incontrare e lavorare?
La ricerca degli ultimi anni si avvita intorno all’uso del cemento. E’ un materiale idealmente riconducibile all’architettura, che allo stesso tempo può essere usato per realizzazioni in grande scala o per piccole costruzioni, associandosi all’idea di casa o di monumento. Riprendendo il discorso di prima credo di restare ancorata a questo materiale perché è molto sensibile, raccoglie ogni impronta, ha una superficie piena di dettagli e imperfezioni imprevedibili che rimandano immediatamente a un’idea di vissuto. Poi io non sono molto paziente, lavorare con il cemento richiede rapidità, e il risultato appare evidente dopo poche ore, quando si solidifica e diventa possibile aprire gli stampi. C’è un rapporto diretto e immediato tra forma ideale e forma materiale, concreta, con sempre un margine di variabilità che rende unico ogni pezzo. I limiti del cemento invece sono la poca plasmabilità, il suo carattere un po’ rigido e la pesantezza, che si traduce anche in fragilità, perché e difficile ottenere spessori di piccole dimensioni senza dover ricorrere a un’armatura.


4. Gli oggetti della quotidianità sono spesso soggetti della tua arte. Come cambierà a causa della pandemia il rapporto con lo spazio? Come lo rappresenterai?
Da un po’ sto lavorando al Vaso come forma archetipica. E’ un oggetto universale, che rimanda alla struttura del corpo, agli organi del corpo. Può contenere sostanze vitali, liquidi e cibo, oppure ceneri, o fiori, elementi che rappresentano la caducità delle cose, la trasformazione, la Vanitas. Credo che approfondirò ancora questi temi, definendo delle serie di pezzi simili, dove è possibile far vivere nello spazio il singolo elemento o tante forme coerenti organizzate in installazioni, guardando alla scultura, ma anche all’oggetto d’uso, al design.
La pandemia ha portato con sé la necessità di ridefinire il contesto pubblico attraverso la misurazione e la delimitazione dello spazio interpersonale per garantire distanziamento e sicurezza, con soluzioni estetiche simili in tutto il pianeta. La definizione di area individuale e collettiva, e il confine tra le due dimensioni è un argomento interessante. Sto riflettendo su queste realtà, coinvolgendo i miei studenti all’Accademia, guardando alla traduzione formale e concettuale dell’idea di spazio da parte degli artisti, nella continua oscillazione tra sensibilità soggettiva e interrelazione. Essere artisti ci pone in una posizione di responsabilità, quello di cui ci occupiamo ha a che fare con strutture che trasformano il pensiero in contenuti visibili.

5. Cosa ti ha fatto perseverare – situazioni o persone – nella tua carriera di artista?
Forse proprio la necessità, come stavo dicendo prima, di dare vita a disegni mentali, che magicamente, attraverso passaggi, fasi, scelte, a partire dal nucleo del progetto iniziale, diventano oggetti, corpi che vivono in un luogo. In genere mi appaiono immagini molto chiare di come dovrebbero uscire le cose, anche se poi il rapporto tra idea e potenzialità della materia comporta fatica, compromessi, accettazione di limiti. E’ proprio così, mi sembra irrinunciabile non realizzare qualcosa che si è affacciato nella mia mente, voglio dargli una possibilità.

6. Promuoversi come artista: quali difficoltà, oggi?
Un artista deve avere tante competenze. Conoscere, non essere ingenuo, saper fare (o saper delegare), essere capace di veicolare il proprio lavoro. Il problema per me è sempre il tempo, che non basta mai. Non è facile seguire ogni aspetto, definire come e dove deve collocarsi una poetica e intuire come può essere percepita. I mezzi di comunicazione e l’opportunità di relazionarsi velocemente a distanza rendono però tutto più fluido riducendo i tempi.

7. Che ruolo ha la tecnologia nella realizzazione delle tue opere?
E’ molto utile nella fase di ricerca. Poter entrare in un database e accedere a un numero enorme di informazioni, a storie e schede tecniche di materiali è importantissimo, come è prezioso possedere un archivio personale di immagini da sfogliare ogni tanto come promemoria visivo. La fotografia cattura istanti che possono diventare appunti, evoca intuizioni che tendono a dissolversi, come un disegno o una frase annotata rapidamente.

8. E nel promuoverle?
Senza la tecnologia sarebbe molto difficile documentare il proprio lavoro, organizzare e catalogare quello che facciamo. Penso al mio sito come a un archivio aperto a tutti, dove ogni galleria corrisponde a un progetto. Mi serve come traccia per inanellare un anno all’altro.
Ora la gran parte dei musei e delle gallerie si è organizzata proponendo eventi e mostre visibili nella rete, dove accanto alla pubblicazione di situazioni reali vengono generate opere e manifestazioni virtuali. E’ interessante. Si assiste a una certa smaterializzazione, come in un allestimento teatrale effimero, con la sovrapposizione tra la concretezza di un manufatto, che ha un valore e delle dimensioni tangibili e la fantasmagorica messa in scena di un’illusione.

9. Essere artista e insegnante: come sono collegate queste due dimensioni?
Insegnare in un’Accademia è un privilegio. Non c’è un vero confine tra i due ruoli. Studiare, documentarmi, trasmettere, ricevere, tutto ruota attorno a un processo interessante. Tutto è collegato. Il lavoro che fanno i ragazzi è sorprendente, aperto a tante eventualità.

10. Su cosa è indirizzata la tua ricerca?
Ultimamente mi sento più vicina a contesti legati al design, anche se non smetto di guardare all’evolversi dell’arte contemporanea, con le sue infinite potenzialità espressive. Curiosamente trovo molti punti di contatto con l’architettura di interni, dove si sperimentano sempre nuovi materiali in sinergia. Realizzare oggetti con una funzione precisa pone dei limiti dentro i quali il progetto appare più chiaro. L’utilità che deve essere attribuita all’oggetto stesso sembra amplificarne il significato.

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Blockchain, Token e Pool d’arte

Blockchain, Token e Pool d’arte

L’applicazione della tecnologia blockchain al mondo dell’arte non si limita alla sola certificazione delle opere, ma permette anche di acquistarle (almeno in parte), rendendo gli investimenti nel mercato dell’arte accessibili a tutti.

Quando si parla di investimenti nel mercato dell’arte, non bisogna per forza pensare di essere milionari (sarebbe un po’ come non comprare un’azione di Amazon perché non si possiede il denaro per comprare l’intera azienda). Però, al contempo, bisogna discostarsi dal paradigma del possesso in senso stretto, quello che prevede la presenza materiale dell’opera d’arte, spostandosi al concetto di proprietà condivisa.

Infatti, come abbiamo visto nel primo articolo pubblicato in tema blockchain, chiunque potrebbe acquistare ‘un pezzo’ della Gioconda, almeno fintanto che non si pensi di metterla in salotto. Ma, per comprendere nello specifico questo passaggio, risulta utile rispolverare i concetti di blockchain e token.

Mentre possiamo considerare la blockchain come un registro digitale in grado di garantire la certezza e la verificabilità delle transazioni eseguite e condivise tra i suoi partecipanti, i token sono la rappresentazione digitale di qualsiasi bene e di ampie categorie di diritti. La tecnologia blockchain permette l’emissione di questi token mediante l’utilizzo di ‘smart contract’, ovvero programmi trascritti ed eseguiti su blockchain.

A seconda dell’ambito di utilizzo si può rendere necessario l’utilizzo di specifici token, tra loro diversi anche per natura. Ad esempio, mentre l’impiego di token ERC-721 risulta utile nella lotta ai falsi d’arte, non è possibile sostenere lo stesso per i token ERC-20. Infatti, mentre i primi risultano essere non fungibili, ovvero unici, non intercambiabili e indivisibili (dunque coerenti con le caratteristiche identificabili in un’opera d’arte), i secondi risultano essere fungibili e quindi intercambiabili gli uni con gli altri (dunque ottimi per essere scambiati tra di loro, come i contanti o l’oro).

La tokenizzazione (ovvero il processo in cui il valore ed i diritti sottesi ad un bene vengono incorporati e rappresentati da un token digitale) è quindi un in grado di incentivare gli investimenti in opere d’arte, per una serie di motivi:

  • la tokenizzazione permette dunque di acquistare anche una piccola ‘quota’ di un’opera o più opere, consentendo perciò di creare una sorta di portafoglio di diritti sulle opere d’arte;
  • l’investimento in arte diventerebbe più accessibile per una domanda di mercato molto più ampia;
  • potranno nascere nuove figure professionali in grado di costituire e proporre panieri (‘pool’) di opere, che si presenterebbero dunque già predisposti agli occhi dell’investitore;
  • i “pool” di opere, proposte da un soggetto proponente esperto, grazie all’investimento in asset diversi tra loro, rappresenterebbero un investimento con rischi diversificati;
  • la tokenizzazione potrebbe diventare uno strumento di raccolta di fondi, da reinvestire nel restauro / manutenzione delle opere stesse.

E anche le tecnologie sono disponibili. Queste operazioni possono essere facilitate sfruttando i meccanismi di piattaforme già esistenti basate su blockchain (come SEED Venture), che permettono ai proponenti di creare i diversi pool di opere d’arte, consentendo agli investitori di ricevere token rappresentativi del paniere al momento dell’investimento (l’emissione dei token avviene in seguito all’investimento nel paniere, grazie agli smart contract sviluppati); questi token possono poi circolare liberamente ed essere scambiati tra di loro, attraverso delle dinamiche che consentono anche di liquidare il relativo investimento in qualsiasi momento. 

Diventa pertanto ancora più semplice comprendere i benefici che la tecnologia blockchain è in grado di apportare al mercato dell’arte, consentendo la tokenizzazione delle opere d’arte ed il conseguente incremento degli investimenti, resi più semplici dalla maggiore accessibilità, dall’esperienza dei proponenti dei pool di opere, dalla diversificazione e dalla rapida liquidabilità dell’investimento.

Questi investimenti, oltre ad essere intesi – in senso stretto – nell’acquisto di una determinata ‘quota’ di un’opera, possono essere anche visti come un investimento volto alla ristrutturazione ed alla valorizzazione di opere che altrimenti non potrebbero mai rivedere lo splendore di un tempo, permettendo al proprietario originario di accedere a risorse altrimenti non disponibili e allo stesso tempo agli investitori di accedere ad una valutazione economica ridotta dell’opera stessa, oltre che di contribuire concretamente al recupero di patrimoni artistici.

La tecnologia blockchain sta diventando mezzo fondamentale per la sopravvivenza dignitosa e la crescita prospettica meritata dal mercato dell’arte, sempre di più destinato a fare affidamento alle nuove tecnologie, per diventare più rigoglioso, sicuro e alla portata di tutti.

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9 domande all’artista Matteo Zeni​

9 domande all'artista Matteo Zeni

Matteo è nato a Feltre, in provincia di Belluno, e sin da piccolissimo – grazie al padre e allo zio che scultore – ha respirato arte. Ha frequentato l’Istituto d’Arte di Pozza di Fassa e l’Istituto professionale di Ortisei dove, nel 2010, ha conseguito il diploma di maestro scultore. Nel 2011 e 2012 ha proseguito gli studi presso l’Accademia di Monaco di Baviera per tornare poi a Carrara, capitale del marmo.

Lo abbiamo incontrato per parlare di arte, artigianato, legno e marmo. 

Questo è il risultato della nostra “chiacchierata”.

1. Ciao Matteo, vorrei iniziare giocando con le definizioni. Ti senti più artigiano o artista e qual è il confine tra le due definizioni?

 

Mi interrogo sull’argomento fin da quando ero un ragazzino, anche la mia tesi di laurea triennale indagava sul confine sottile tra artigianato e arte. Per artigianato s’intende tutto ciò che comprende l’attività svolta con l’utilizzo delle proprie mani, della propria creatività e della tecnica che permette di trasformare le materie prime in prodotto.

L’artigianato comprende tutte quelle tecniche ed abilità manuali che permettono all’uomo di realizzare un manufatto utilizzando una materia prima e trasformarla in prodotto.

L’artigiano è quindi un tecnico, guidato dall’esperienza, che è in grado di eseguire una lavorazione impiegando poco tempo e ottenendo un risultato ottimale. La definizione di artigiano è quindi ben definita mentre per quella di artista ognuno ha il suo punto di vista.

Per me l’artista è colui che sviluppa un progetto attorno a un’idea. Non deve necessariamente conoscere alla perfezione la tecnica per sviluppare il suo progetto perché per quello può rivolgersi ad un bravo artigiano.

Personalmente non mi piace definirmi ne artigiano ne artista, mi sento fortunato a possedere le conoscenze e competenze tecniche che mi permettono di realizzare le mie sculture, forse quindi mi sento un po’ tutte e due.

2. Partiamo dalla tua infanzia, sei nato respirando legno sin da piccolo. Essere uno scultore è stata una scelta o una naturale svolgersi dei fatti?

Mio papà è un artigiano del legno, fin da piccolo lo vedevo scolpire e volevo farlo a mia volta. Sono un tipo molto curioso e determinato e credo sia sviluppato tutto in maniera molto spontanea. Da piccolo intagliavo piccoli galletti di legno nel laboratorio e poi, pian piano, ho voluto fare qualcosa di più, progettare un’idea che fosse solo mia. Per questo ho scelto di proseguire gli studi delle tecniche della scultura e iscrivermi in accademia: per imparare a sviluppare un’idea e un progetto che non fosse solo oggetto ornamentale.

3. L’esperienza all’estero: come ha influenzato il tuo percorso?

All’epoca ero ancora piccolo, avevo appena finito la scuola di scultura della Val Gardena dove mi era stato insegnato a eseguire più che a pensare. In Accademia a Monaco mi veniva chiesto di sperimentare ma in quel momento non ero pronto, ero ancora troppo legato alla tradizione lignea e all’idea di scultura classica. Frequentai solo un anno e poi mi ritirai. Credo che l’esperienza in Germania mi abbia aperto lo sguardo verso nuove possibilità solo una volta fatto rientro a casa. Tornato in Italia mi sono spostato a Carrara, con un po’ di maturità in più e tanta voglia di imparare qualcosa di nuovo.

4. Il legno, così come il marmo, sono materiali antichi e storici. Qual è il rapporto con la tecnologia invece?

La tecnologia è presente in alcune delle mie opere. È vero che il legno e il marmo sono materiali antichi ma non lavorarli utilizzando tecniche attuali potrebbe essere un passo indietro. A mio parere è importante conoscere le tecniche della lavorazione di una scultura, che sia in legno o in marmo, la tecnologia può però aiutare a velocizzare il processo di lavorazione e assumere un significato simbolico. La tecnologia può quindi diventare un mezzo con cui esprimere nuovi contenuti. Michelangelo scolpiva le sue sculture a mano, con scalpelli temperati e mazzuoli di ferro dolce, aiutato da abili artigiani. Attualmente uno scultore può utilizzare, per la riproduzione di un suo modello, un robot da scultura – con frese diamantate – messo in funzione da un tecnico specializzato in scultura digitale. I tempi sono differenti ma il processo di realizzazione sembra sempre il solito, a mutare è l’idea di arte.

5. C’è un fil rouge che collega tutte le tue opere o sono frutto di ispirazioni estemporanee?

La mia ricerca in ambito scultoreo è in continuo divenire, le mie opere sono frutto di un continuo processo di rielaborazione. Inizialmente con le mie sculture cercavo di distaccarmi completamente dalla scultura classica, ma non ci riuscivo particolarmente bene. Crescendo mi sono reso conto di quanto la classicità e la tradizione siano parte integranti della mia storia e ho smesso di evitarle, cercando di farle mie. Inoltre cerco in ogni scultura di far mio il pensiero di montagna, fare con quello che si ha e ridurre gli sprechi, per questo molte delle mie opere sono realizzate con scarti della lavorazione del legno e del marmo.

6. Parlando di tecnica, viene prima la scelta del materiale o l’ispirazione?  Prima l’idea del Pensatore e poi il marmo, o viceversa?

Per me viene prima il materiale, è un modo per iniziare una riflessione. Prediligo il legno. Mi piace scolpirlo e questo fa parte della tradizione della mia terra d’origine, il Trentino. Arrivato a Carrara ho poi conosciuto il marmo e mi ha affascinato molto, anche se è un materiale più freddo e duro, ti spinge a essere più riflessivo. Certo, un’idea di base c’è sempre e anche strutturata, poi mi lascio guidare da quel che è il materiale, non spaventandomi se trovo un’imperfezione ma cercando di renderla la chiave dell’opera.

7. Umano troppo umano è il titolo della tua ultima mostra: come mai hai attinto da Nietzsche per il titolo?

Il titolo mi è stato proposto da uno degli organizzatori della mostra che si è svolta presso lo spazio espositivo del liceo artistico di La Spezia. Ho accolto positivamente questo suggerimento perché credo possa rappresentare al meglio l’essenza del mio lavoro. “Umano troppo umano” perché con le mie sculture ricerco l’interiorità, un pezzetto alla volta, processo che è evidente nella forma esteriore dell’opera, apparentemente e ad un primo sguardo perfetta e completa sotto ogni aspetto.

8. Nell’omonimo saggio il filosofo tedesco dice: “Tutta la vita umana è profondamente immersa nella non verità.” Che rapporto ha la tua arte con la verità?

Le mie realizzazioni ultimamente sono ritornate al classico e questa è già per me una prima verità. Il classico e il tradizionale mi appartengono e sarebbe stata una bugia non farli rientrare nelle mie opere. Per la realizzazione delle mie sculture inoltre, utilizzo modelli reali, quindi anche in questo caso sono legato alla realtà. Per l’opera dal titolo “Nonno”, realizzata inizialmente modellando l’argilla mentre osservavo il volto di mio nonno, ho utilizzato scarti della lavorazione del legno. L’immagine dell’anziano, del vecchio, è esaltata e presentata in grande dimensione ma in realtà, e la gente nota solo in avvicinandosi, è realizzata con piccoli pezzettini di legno di scarto. Una sorta di costruzione che compongo un pezzo alla volta ricercando un’unione tra immagine e contenuto.

9. Da sempre rientra tra i ruoli dell’artista anche quello del “sapersi promuovere” o – più cinicamente – vendere. Tu come gestisci l’aspetto manageriale del tuo lavoro?

Ogni giorno che passa sono sempre più convinto che sia importante sapersi vendere quanto saper lavorare. Nell’era digitalizzata se non stai al passo con i tempi è difficile farsi conoscere, basti pensare ai social network, se non ci sei non esisti. Personalmente faccio molta fatica a utilizzarli in maniera efficace e costate, sono una persona semplice ma sto lavorando per migliorarmi. Molta importanza hanno poi le partecipazioni a mostre e concorsi, sono occasioni per confrontarsi con gli altri artisti e con il pubblico con cui mi piace intrattenermi per ascoltare dal vivo il loro punto di vista sulle mie realizzazioni.

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Le Cartaviglie degli animali e l’ABC della realtà aumentata

Le Cartaviglie degli animali e l’ABC della realtà aumentata

Ventuno tessere come le lettere dell’alfabeto. Da un lato i colori cangianti delle illustrazioni di sette giovani artisti. Dall’altro, in caratteri tipografici, il nome di un animale e un sostantivo che contrassegna il rapporto dell’uomo, tutt’altro che etico, con quell’animale. Dalla A di astice/acqua alla Z di zebra/zoo. Le “Cartaviglie degli animali” sono la ristampa aggiornata del volume edito da Safarà nel 2016 “Abbecedario degli animali”, curato dal ricercatore Alessandro Fiori in collaborazione con l’associazione Essere Animali. La differenza, oltre al formato e al titolo, è nell’applicazione della realtà aumentata per la fruizione dei contenuti. In una scheda a parte sono fornite le istruzioni: il lettore deve scaricare la app Wikitude sul proprio smartphone, digitare il nome Cartaviglie nel motore di ricerca e puntare il dispositivo sulle singole tessere. Le illustrazioni improvvisamente si animano e dalle singole lettere si accede a dati, fonti autorevoli e verificate, ricerche internazionali e articoli linkabili sul mondo animale. L’arte, la scienza e la tecnologia si mettono in dialogo in questa pubblicazione che inaugura la collana omonima “Cartaviglie”, nome che fa l’occhiolino a Gianni Toti, il poetronico inventore di questa crasi tra “carta” e “meraviglie”, mirabile sintesi dell’integrazione tra supporto fisico e digitale che avviene con la realtà aumentata.

Abbiamo già parlato di realtà aumentata nelle sue implicazioni con l’arte

Le “Cartaviglie degli animali” mettono invece in luce l’ABC delle potenzialità della realtà aumentata rispetto all’editoria:

A.

Aggiornamento e dinamicità

Tutti i testi scientifici o di ricerca si scontrano con la velocità rapidissima di aggiornamento dei dati. Oggi il libro tradizionale rischia di diventare un oggetto rapidamente obsoleto. Da “Abbecedario degli animali” alle “Cartaviglie degli animali”, tutti i contenuti e le fonti sono stati aggiornati e controllati. Destinare la loro fruizione online consente di poter svolgere un aggiornamento permanente: verificare il funzionamento dei link (quante volte le sitografie dei libri sono inutilizzabili); portare nuovi dati in evidenza; correggere in itinere le informazioni.

Il lettore non compra un libro ma un oggetto aggiornato e verificato, in continua trasformazione.

B.

Basta sprechi!

Il digitale non ha limiti di spazio o di numeri di pagina. L’aggiornamento delle informazioni fruibili grazie alla realtà aumentata consente di aumentare la durata di vita delle singole pubblicazioni. Riduce la quantità di titoli che vanno periodicamente al macero e, a proposito della sostenibilità ambientale, tema centrale delle “Cartaviglie degli animali”, s’inserisce in una dinamica ecologica ed economica virtuosa. 

C.

Conoscenza e Connettività

I dati dicono che in Italia ci sono pochi lettori di libri, ma non abbiamo mai letto tanti dati e tante informazioni come in quest’ultimo decennio. La realtà aumentata rende il libro uno strumento allineato e non contrapposto all’affermarsi dei modelli di trasferimento digitale della conoscenza. Integrare contenuti fisici a digitali, attraverso link o percorsi, rende il lettore protagonista di un’esperienza immersiva, personale, interattiva. Lo suggerisce anche il formato delle tessere sciolte delle “Cartaviglie degli animali”: non ci sono percorsi preordinati. 

D.

Dentro le opere

Il libro tradizionale è deposito della parola scritta e della visione di oggetti bidimensionali statici. La realtà aumentata invece permette al libro di integrare molti altri canali con cui apprendiamo le informazioni. Nelle “Cartaviglie degli animali” le illustrazioni in realtà aumentata si animano. Ugualmente un catalogo d’arte può far navigare il lettore tra le riproduzioni di opere in altissima risoluzione; una monografia di un’artista presentare materiali di archivio, sonori, in movimento. Senza pensare alle implicazioni della realtà aumentata nella didattica e nell’editoria scolastica.

E.

E-book e qr-code? Molto di più

Insomma la realtà aumentata non è un semplice qr-code e nemmeno ha a che fare con l’e-book. Come i qr-code, ma senza richiedere la stampa di un codice, la realtà aumentata attiva i contenuti dal riconoscimento della pagina target a partire dalle sue geometrie e dialettiche tra spazi pieni e vuoti. I contenuti, a differenza di quanto avviene nell’e-book, vivono e si attivano nella loro relazione con il supporto fisico. 

Insomma la realtà aumentata è indubbiamente una delle tecnologie a più alto impatto per l’editoria: permette di innovare i volumi esistenti e di creare persino nuove tipologie o format di prodotto. Noi lo abbiamo iniziato a fare già nel 2018 con La parola poesia è la prima poesia, un viaggio nell’archivio multimediale di Gianni Toti.

La collana Cartaviglie avrà altre uscite. Seguiteci nel sito dedicato per rimanere informati.

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Il ruolo della Blockchain nell’autenticazione delle opere d’arte

Il ruolo della blockchain nell’autenticazione delle opere d’arte

L’applicazione della tecnologia blockchain per la certificazione delle opere d’arte ha tutte le potenzialità per consentire di limitare lo storico problema della contraffazione, che affligge da sempre il mercato dell’arte.

Come funziona la blockchain

Richiamando quanto emerso nel precedente articolo  possiamo considerare la blockchain come un registro digitale di tutte le transazioni eseguite tra i partecipanti, garantendo la certezza e la verificabilità di ogni singola transazione avvenuta e di tutti i dettagli relativi ad essa.

I principali problemi della contraffazione

Nonostante non sia possibile ottenere una stima accurata del numero di opere d’arte false o attribuite in modo erroneo, sono molte le fonti a fare riferimento a numeri difficili da credere: oltre il 40%!

Spesso è quasi impossibile distinguere le opere originali dalle contraffazioni più accurate; un caso emblematico è certamente quello di Han van Meegeren, pittore e ritrattista olandese considerato tra i più illustri ed abili falsari d’arte del XX secolo, arricchitosi riproducendo quadri di Johannes Vermeer.

Nella lotta alla contraffazione delle opere d’arte diventa quindi fondamentale attestare 2 aspetti, strettamente legati e complementari:

– autenticità: il fatto che l’opera sia vera, in una prima istanza
provenienza: il fatto che, in caso di compravendita, si riesca a tracciarne la provenienza

Perché la blockchain può certificare l’originalità delle opere

Per avere un archivio in grado di attestare l’autenticità delle opere certamente non è fondamentale l’impiego della tecnologia blockchain: è possibile tracciare la provenienza delle opere d’arte e di qualsiasi altro bene anche attraverso l’utilizzo di tradizionali registri, sia cartacei che digitali.

Il vero problema è dunque di diversa natura: l’affidabilità del registro stesso!

Infatti, è possibile immaginare che un registro cartaceo possa venire rubato, andare distrutto, essere manomesso, oppure – molto più semplicemente – la sua consultazione potrebbe essere appannaggio di pochi.

Viceversa, un registro digitale potrebbe essere considerato più affidabile, magari mettendolo a disposizione di tutti e ridondando in altre banche dati le informazioni contenute all’interno di esso, al fine di evitare che il relativo patrimonio di informazioni venga perduto in caso di danneggiamenti.

Nonostante ciò, un registro digitale qualsiasi potrebbe comunque venire manomesso, sia da parte dei gestori del registro stesso, sia nell’eventualità di qualche attacco informatico proveniente dall’esterno. Pertanto, le problematiche principali sembrano fare riferimento alla centralizzazione dell’informazione, la quale – oltre ad esporre i dati ad una maggiore vulnerabilità –  rende necessaria la fiducia nei confronti dell’autorità centrale che presidia il registro stesso.

Un database decentralizzato costruito sulla blockchain non rende più necessaria la presenza di istituzioni e database centralizzati, poiché è in grado di garantire la trasparenza e la certezza dell’informazione contenuta all’interno di esso.

Come tracciare il percorso delle opere d’arte con la blockchain

Come già anticipato nel precedente articolo ad argomento blockchain, un concetto strettamente legato alla blockchain è quello di ‘token’, ovvero rappresentazioni digitali di qualsiasi bene e di ampie categorie di diritti; in questo modo, diventa dunque possibile incorporare in un token il valore di un’opera d’arte e tutti i diritti ad essa sottesi.

Diventa dunque possibile trasferire la proprietà dell’opera d’arte congiuntamente alla sua identità digitale, costituita dal token rappresentativo di essa. In questo modo, in ogni momento sarà possibile verificare che il token rappresentativo di un’opera d’arte sia lo stesso inizialmente emesso dall’artista o dal primo soggetto certificatore, risalendo alle transazioni precedenti di cui è stato oggetto il token stesso; così facendo, date le caratteristiche fondamentali della tecnologia blockchain di immutabilità, sicurezza e trasparenza del dato, si ottiene la certezza riguardo alla provenienza dell’opera d’arte.

La piaga dei falsi e la difficile tracciabilità dei beni non sono problematiche della sola artistica, ma anche di molti altri settori, tra cui quelli del food e del luxury.

Infatti, sempre più spesso, nel settore del food si assiste alla scoperta di prodotti – o di componenti di essi – che non rispettano quanto dichiarato; diventa pertanto fondamentale essere in grado di garantire al consumatore la provenienza dei prodotti, tracciando passo dopo passo la storia del prodotto e rendendola visibile a tutti. Un esempio virtuoso dell’applicazione di questa tecnologia al food è rappresentato dall’utilizzo nella filiera del freddo da parte di Bofrost, in grado tracciare l’intera storia del prodotto, permettendo dunque al consumatore di essere informato sull’origine dei prodotti acquistati.

Un altro esempio può essere ricondotto all’utilizzo della tecnologia blockchain nel luxury, in cui nel 2019 la multinazionale francese LVMH ha avviato un percorso per tracciare la provenienza dei beni di lusso acquistati, a partire dai materiali di fabbricazione fino al raggiungimento del punto vendita.

Tutto ciò viene reso possibile su blockchain di Ethereum dall’utilizzo di token ERC-721, lo standard più diffuso per la costruzione di beni non fungibili; questi beni sono infatti beni unici, non sono dunque intercambiabili, uniformi e divisibili. Pertanto, è possibile comprendere come la non-intercambiabilità, l’unicità e l’indivisibilità di questi token sia indispensabile per i mercati che lottano con i falsi e la scarsa tracciabilità dei beni.

L’autenticazione mediante blockchain può favorire lo sviluppo del mercato dell’arte

Pertanto, è semplice comprendere come l’autenticazione con blockchain possa nuovamente risultare fondamentale per il mercato dell’arte, permettendo di garantire la certezza delle informazioni (certificati digitali attestanti l’originalità dell’opera, elenco dei precedenti proprietari, prezzo d’acquisto, data d’acquisto, etc.) relative ad un’opera d’arte, in tutto il suo ciclo di vita.

Una maggiore sicurezza in merito all’autenticazione con blockchain delle opere d’arte è in grado di generare benefici non solamente per gli acquirenti, bensì per l’intero mercato dell’arte; infatti, una maggiore certezza relativamente all’autenticità di un’opera è fondamentale al fine di semplificare i processi di acquisto delle opere stesse, permettendo di beneficiarne – oltre che all’acquirente – anche al venditore e all’intero movimento artistico, quest’ultimo arricchito anche in termini di credibilità, oltre che di giro d’affari.

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10 domande all’artista Viola Pantano

10 domande all'artista Viola Pantano

Viola Pantano è un’artista e performer italiana. Talento multiforme che spazia dalla danza, alla performance, dall’installazione alla fotografia fino al video.

Inserita da Exibart tra i “222 artisti emergenti su cui investire nel 2018” dal 2008 è attiva in fiere, mostre personali e collettive.

1. Io vado in crisi con le definizioni. Tu mi hai aiutato. “Viola Pantano Artist” è il primo risultato di Google. Artist è il termine giusto o l’unico abbastanza “largo” da poter riassumere quello che sei e che fai?

Come te, probabilmente, non sono un amante delle etichette, ma ahimè siamo tutti inconsciamente vittime di definizioni e categorie – vuoi per praticità, vuoi per accelerare la comunicazione di ciò che si fa e che si è – per vivere.

Sono una creatura del creato, giusto? Sento per questo il dovere ma anche il piacevole fardello di dover creare… e l’arte è l’unico mezzo che conosco per farlo.

Certo, questo non cambia l’espressione dubbiosa in viso di chi tenta, cercando una risposta secca, di sapere cosa faccio esattamente. Il termine “Artista” è senza dubbio quello è stato più associato al mio lavoro e alla mia persona nel tempo ma, per comprendere appieno gli ambiti di azione e gli intenti, c’è sempre bisogno una maggiore argomentazione.

Bisognerebbe avere una parola chiave per ogni interlocutore perché la sua interpretazione di “artista” può variare molto in funzione di quella che è la sua esperienza pregressa e la sua conoscenza personale. Il mio lavoro – da alcuni – è erroneamente considerato un passatempo. Il lavoro dell’artista è proprio come quello di tutti gli altri, progettiamo, realizziamo, vendiamo qualcosa e paghiamo le tasse.

2. Tante delle tue opere si chiudono con una lunga lista di ringraziamenti il che mi lascia pensare che il processo creativo sia molto condiviso. Ecco, fino a che punto? Quando arrivano le collaborazioni?

In ogni lavoro cerco di sperimentare ed imparare qualcosa di nuovo restituendolo agli altri in un’opera artistica. Non prediligo nessuna tecnica in particolare; mi muovo dalla fotografia alla scultura, dalla danza all’installazione, passando per la video arte.

Questo mi porta inevitabilmente a dovermi interfacciare con altre figure. Le fasi del mio lavoro sono ben distinte. Mi divido in una sorta di bipolarità. In primo luogo c’è l’idea – la fase solitaria e assolutamente asociale – che custodisco gelosamente fino a che non sento che sia davvero quella giusta. Subito dopo, una volta che è chiara e definita nella mia mente, mi apro a diversi interlocutori in base alle necessità – fase di socialità.

Una lunga lista di ringraziamenti è spesso presente perché senza la fiducia, la stima e la tenacia, di molti di loro, alcune opere non avrebbero mai preso forma. Alcuni progetti sono troppo grandi e l’ausilio di altre mani è necessario, mentre in altri cerco una condivisione che prende vita quasi sempre nel momento della realizzazione. Considero preziosi collaboratori anche coloro che con pazienza ascoltano le mie idee e che, nel bel mezzo d’un discorso, pur non rendendosi conto, mi suggeriscono nuovi sviluppi. 

Ascoltare le vite degli altri, dunque, è la pratica che più mi affascina. Quella possibilità unica e rara di poter vivere tante vite in una. Un mio amico matematico mi ha tradotto questo concetto con estrema arguzia: “Il tuo immaginario non è altro che la somma del tuo intelletto a tutto quello che hai visto e sentito finora, moltiplicato per la tua volontà di trasformazione”.

3. La quarantena è stato un momento di ispirazione o di stasi?

Superato il primo periodo di disorientamento – credo comune a tanti di noi – ho avvertito, quasi immediatamente, la necessità irrefrenabile di fare qualcosa, di rendermi utile, canalizzando le mie energie e capacità in un progetto nuovo. 

Tutta la programmazione di mostre e commissionati stabilita fino a quel momento, tranne poche azioni che hanno poi visto comunque la luce, si è interrotta e congelata quindi ho cercato di vedere questo reset, nonostante l’evidente disgrazia globale, come una benedizione; stavo bene – a differenza di molta povera gente che ha visto, purtroppo, questo male troppo da vicino – e questo mi dava la possibilità e anche la forza di “fare” piuttosto che aspettare inerme. È così che è nato il progetto partecipato “Uncover”.

4. Un progetto che, se non sbaglio, ha avuto anche uno scopo nobile. Me lo racconteresti?

Con tutto il controsenso del caso, il male può farci bene! È forse la consapevolezza che spesso il nulla è più importante di ogni cattiva pratica e insieme all’arte, per me, non è altro che un presagio di possibili nuove realtà. 

Il vuoto è costantemente sottovalutato, è utile al processo creativo. Siamo animali strani e cavalchiamo ogni onda come se fosse l’ultima di passaggio e inevitabilmente ogni scossa ci fortifica e apre nuove visioni. È stato così per “Uncover”, un progetto partecipato che ha visto il coinvolgimento di 100 comunicatori (musicisti, pittori, fotografi, scultori, attori, performer, illustratori, sportivi, coreografi, registi, street artist, tatuatori etc) ai quali ho chiesto di inviarmi entro una certa data, una fotografia della loro bocca intenta in un’espressione che più li rappresentasse in quel momento o della quale più avrebbero sentito la mancanza ora che tutti siamo costretti ad indossare la mascherina. Le 100 immagini raccolte hanno contribuito alla realizzazione di un’opera fotografica, una composizione da me curata, che è poi divenuta una stampa in edizione limitata di 150 copie, formato 68x48cm, numerata e autenticata. 

Il progetto, realizzato in collaborazione con la piattaforma d’Arte Adadvisor, che ne ha curato la fase divulgativa e commerciale, è stato finalizzato ad una raccolta fondi che ci ha permesso di fare una donazione del valore di 7300€ all’Ospedale Fabrizio Spaziani di Frosinone. Nei prossimi mesi, con le stampe rimaste, ho intenzione di effettuare una nuova campagna e raccolta fondi per un’altra istituzione del territorio che ne ha bisogno. Stiamo valutando con Carlotta Mastroianni di Adadvisor come e a chi destinare il prossimo ricavato.

5. Di te mi sorprende vedere la moltitudine di tecniche e linguaggi con i quali ti esprimi. In base a cosa scegli oltre un’eventuale commissione? L’idea nasce in un’abbinata già monolitica o pensi prima il concetto e poi quale sia il mezzo migliore per esprimerlo?

In realtà anche i miei committenti conoscono bene la mia inclinazione a spaziare molto tra diversi linguaggi e tecniche, è forse una caratteristica imprescindibile per me. 

Questa pratica nasce senz’altro da una forte volontà di ricerca e da una  – talvolta pericolosa – curiosità. Quando la visione di un nuovo lavoro prende forma con arroganza nella mia mente lo fa suggerendomi, anche, un materiale o una tecnica necessaria per far sì che il concetto venga espresso al massimo delle sue potenzialità. L’immaginazione mi porta ad idealizzare l’opera finita rendendomi consapevole da subito di quale mezzo munirmi per realizzarla. Spesso quella tecnica è già parte del mio bagaglio culturale e altrettanto spesso mi pone dinanzi a sfide che mi travolgono completamente.

6. Tutte le tue opere (ovviamente le sculture ma anche le foto ad esempio) sono caratterizzate da un concetto forte di spazialità e di rapporto con lo spazio fisico. Può essere questo un filo conduttore?

Potrei appellarmi a molti fili conduttori diametralmente opposti nel mio lavoro ma molto presenti. Uno è senza dubbio lo spazio. Qualsiasi cosa pensiamo di fare o di realizzare, purché abbia una connotazione fisica e reale, non può – a mio avviso – prescindere dallo spazio che andrà ad ospitarla. Ho avuto la fortuna di realizzare molte esposizioni site-specific e residenze e queste esperienze non hanno fatto altro che fortificare la mia, già radicata convinzione, che lo spazio detiene un ruolo unico nell’arte. 

7. L’arte per eccellenza che si muove nello spazio è la danza. Ce n’è molta in quello che fai?

La danza, soprattutto quella contemporanea è in ogni gesto quotidiano, la stessa gestualità, spontanea, che indago nel realizzare un’opera video o fotografica. Molto spesso infatti nell’interpretare un ruolo per una produzione della compagnia [Ritmi Sotterranei] diretta da Alessia Gatta – di cui faccio parte da molti anni – ho avuto l’input per un nuovo lavoro personale, un’installazione, una produzione fotografica o un video. Ogni linguaggio ne stimola un altro, non posso fare a meno di sottostare a questo principio.

8. Hai viaggiato molto ma è forte il tuo rapporto con il tuo territorio. Pensi davvero l’arte possa essere un volano per i piccoli borghi?

L’arte ci aiuta a vivere meglio. È un simbolo di speranza conservato e pronto ad essere consumato quando ne abbiamo bisogno. Sta lì a ricordarci che la vita è un grande contenitore fatto di felicità, eccitazione, confusione, sofferenza, adrenalina etc. 

Il potere dell’arte risiede nel dare al suo fruitore qualcosa che gli manca, un contrappeso sulla bilancia emotiva. Ha la capacità, dunque, di renderci meno soli. Infatti, davanti ad un’opera d’arte il fruitore sente colmare un vuoto che ha dentro. Il compito dell’artista infatti dovrebbe essere quello di stimolare e di trascinare. L’arte è un ideale da perseguire. 

L’arte può essere e dovrebbe essere anche inclusiva, vista la quantità di informazioni visive alla quale siamo sottoposti nella nostra epoca accelerata, sono, forse, le opere più interattive e condivisibili pubblicamente quelle che hanno più riscontro nella contemporaneità. La terra da cui provengo, la Ciociaria, fatta di contraddizioni e meraviglie, è un luogo che, ovunque vado, porto nel cuore e al quale ogni volta che torno cerco di restituire qualcosa tramite piccoli gesti e piccole iniziative. Siamo tutti attori protagonisti nel dover conoscere e custodire le nostre radici. Soprattutto nell’ultimo periodo, nel quale per ovvie ragioni sono stata più ferma del solito, ho realizzato delle opere per e con il territorio (vedi “Limiti”).

È da questo amore profondo che è nata, nel 2015, IAM – L’anomala guida illustrata della Ciociaria, un progetto a sei mani (realizzato con Alessandro Rossi e Marta Latini) che nasce dall’esigenza di restituire amore al suolo che ci ha in parte segnati e formati, come artisti e come esseri umani.

9. Relativamente da poco hai abbracciato i social in modo più organico. Mi spiegheresti il motivo di questa scelta e come ha cambiato il tuo lavoro l’atterraggio sulle varie piattaforme?

Per un lungo periodo ho semplicemente ignorato i social. Sono tendenzialmente una persona molto pratica a cui piace sporcarsi le mani e che ha sempre passato poco tempo alla ricerca di intrattenere rapporti virtuali. Amo le emozioni delle persone, quelle reali e dal vivo, sono fonte di stimolo per me e per il mio lavoro e questo è un fatto a cui non posso rinunciare. Ad un certo punto, qualche anno fa, ho deciso di approcciarmi all’utilizzo dei social (instagram e facebook) per il mio lavoro, ho semplicemente compreso meglio come poterli utilizzare in modo intelligente e senza sentirmi vittima. Comprendo perfettamente che l’utilizzo costante e ripetuto possa portare maggior visibilità al mio operato ma non nego una certa discontinuità… spesso sono troppo presa, nel fare quello che devo fare, da rallentare il ritmo di pubblicazione e comunicazione sui social. Per alcuni lavori è stato bellissimo poter mettere al corrente o addirittura coinvolgere – per le opere partecipate come “Limiti” o “Uncover” i miei seguaci in tempo reale su quello che stavo realizzando. Specialmente su Instagram ho ricevuto moltissime richieste di informazioni, instaurato rapporti con collezionisti che poi si sono convertiti in commissioni reali di opere e venduto a collezionisti che hanno, grazie ai social, scoperto i miei lavori.

10. In generale i social credi facciano bene o male al mondo dell’arte? Mi spiego: vedere un gran quantità di immagini ogni giorno, essere – in qualche modo – vittime del meccanismo dei like, abbassa o alza lo standard e la capacità di lettura?

Nulla va demonizzato ma bensì compreso e modulato per le proprie necessità dall’interno. Ogni epoca ha le sue innovazioni che vengono viste inizialmente sempre con una buona dose di scetticismo o addirittura utilizzate come capro espiatorio di qualche brutto accadimento. Mi rendo conto, in parte, di essere privilegiata nel aver vissuto l’infanzia e l’adolescenza in un momento storico privo di interazione network che mi ha permesso di essere spensierata, di giocare in campagna e a campana tra i vicoli di un borgo sbucciandomi le ginocchia; Ed ora conservare quella sensibilità e quello stupore genuino utilizzando quel potentissimo mezzo che è nelle nostre tasche e che in pochi secondi ci mette in connessione con quello che sta accadendo dall’altro capo del mondo… è assurdo e affascinante! 

La mia generazione, come quella poco precedente alla mia, ha l’arduo compito e l’importante responsabilità di tramandare principi autentici senza vietare alle future generazioni l’utilizzo di questo potente mezzo. Spesso è il senso critico oggettivo che manca, slegato dalle congetture create dalla rincorsa al maggior numero di like, sembrerebbe esserci troppa informazione e poca formazione.

 Non mi sento di risponderti a questa domanda, significherebbe generalizzare, sarebbe un errore. È da tutta la vita che osserviamo e immagazziniamo immagini, ne siamo sommersi; posso parlare del mio punto di vista, della mia esperienza personale;  quando sento la necessità di creare un nuovo lavoro, lo sguardo -il mio-, si rivolge all’interno e non osservo più nulla. Forse dovremmo vivere la nostra vita cercando noi stessi piuttosto che cercando qualcuno o qualcosa… o ancora peggio di dimostrare a qualcuno, qualcosa. Le bacheche dei social potrebbero essere davvero piene di contenuti interessanti da vedere e leggere… chissà!

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Musei e digitale in Italia ai tempi del covid-19​

Musei digitali in Italia ai tempi del Covid

A che punto è la svolta digitale nei musei in Italia? Com’è intervenuto il Covid-19 nel ripensamento della fruizione dei beni culturali? Uno sguardo alle pratiche online durante il lockdown, spinta propulsiva per definire nuovi paradigmi digitali per la cultura.

L’offerta museale in Italia prima del covid-19

Alla fine del 2019, pochi mesi prima del lockdown, il rapporto Istat “L’Italia dei Musei” segnalava il trend in crescita di visite del pubblico onsite ma ancora un insufficiente impiego del digitale.

Ecco i numeri in estrema sintesi. Teniamo presente che si riferiscono al 2018 e che nel 2019 c’è stato evidentemente un aumento generalizzato del digitale:

  • in Italia ci sono 4.908 musei in totale con una prevalenza di gallerie o raccolte di collezioni (3.882) a cui si aggiungono 630 complessi monumentali, 327 aree e parchi archeologici e 69 strutture ecomuseali
  • in un comune italiano su tre (2.311) è presente almeno una struttura a carattere museale, in media ogni 50 km
  • dal 2006 al 2018 il pubblico è aumentato del 32% (una media di 2,5 milioni di visitatori l’anno)
  • il 10% delle strutture espositive ha digitalizzato il proprio patrimonio
  • meno del 50% dei musei usa tecnologie interattive onsite
  • il 51,1% delle strutture ha un sito web dedicato e il 53,4% ha un account social come Facebook, Instagram, Twitter
  • il 14% delle strutture prevede l’acquisto di biglietti online
  • un museo su dieci (9,9%) offre la possibilità di tour virtuali

Le pratiche digitali durante il lockdown

musei-digitali

Quando l’Italia si è fermata per il lockdown, con l’hashtag #laculturanonsiferma le strutture museali hanno iniziato a utilizzare sito e canali social non più alle dipendenze della visita onsite. Il digitale è diventato veicolo autonomo di contenuti culturali. Il dato che emerge è che nel periodo da dicembre 2019 a aprile 2020 il numero di post delle strutture museali è quasi o più che raddoppiato su tutti i canali social

Alcuni esempi?

C’è chi ha predisposto tour virtuali all’interno delle proprie collezioni, come gli Uffizi che hanno contato più di 3,8 milioni di visualizzazioni delle loro 21 mostre virtuali (ipervisioni). Chi ha spostato online le proprie mostre temporanee chiuse bruscamente, per esempio le Scuderie del Quirinale con la mostra su Raffaello. Chi ha concepito mostre direttamente online sfruttando la piattaforme internazionale Google Arts & Culture.

C’è chi ha condiviso quotidianamente contenuti prodotti ad hoc, anche coinvolgendo artisti, per raccontare collezioni e archivi, per esempio l’iniziativa 2 minuti di Mambo del Museo d’Arte Moderna di Bologna. 

Chi, come la Peggy Guggenheim Collection, ha organizzato art quiz, chi call e challenge con gli utenti. Chi ha realizzato dirette e visite dei musei in diretta (per esempio: le Passeggiate del direttore del Museo Egizio di Torino) e chi ha fornito laboratori di didattica online con una vera logica palinsestuale. 

Chi ancora, come Palazzo Ducale di Genova o il Piccolo teatro di Milano, ha utilizzato Teams per mettersi in dialogo diretto con le scuole (Progetto Musei Aperti promosso da Microsoft e il Politecnico).

Tali pratiche, monitorate dall’Osservatorio Innovazione digitale nei beni e nelle attività culturali del Politecnico di Milano, che ha condotto uno studio su un campione di oltre 400 strutture, sono state distinte sulla base dell’approccio divulgativo o interattivo, e del coinvolgimento in diretta o asincrono del pubblico. L’esperienza messa in campo ha determinato un cambio di passo nella svolta digitale.

Musei digitali alla riapertura

Il 18 maggio scorso i Musei hanno riaperto le porte. La data è coincisa con la Giornata Internazionale dei Musei, in occasione della quale Unesco e Icom, il principale network dei musei in Italia, hanno presentato un dato allarmante: il 13% dei musei potrebbe non essere più in grado di riaprire.

musei-digitali

Se da una parte in Italia si stanno affermando nuove tecnologie (si pensi al binomio arte e realtà aumentata di cui abbiamo parlato in questo articolo) e sebbene siano state messe in atto misure politiche e finanziarie come il Fondo Cultura., dall’altra è evidente che il settore museale, fortemente impattato dall’emergenza sanitaria, è chiamato a un ripensamento strutturale del proprio modello di business

Il digitale non consente solo di dematerializzare la vendita dei biglietti, ma è propulsore per generare nuovi modelli di ricavi online (sviluppo di contenuti on demand, vendita di immagini, merchandising online) e riconcepire l’esperienza dei visitatori attraverso la raccolta e l’analisi dei dati e l’integrazione tra dimensione onsite e online. 

In conclusione il digitale è il perno attraverso cui far ruotare, grazie a piani strategici di innovazione dedicata e figure professionali attualmente in numero insufficiente, la nuova proposta di valore, riprogettare modelli produttivi, forme organizzative, modalità di fruizione.

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Blockchain e Tokenizzazione: Chiunque può comprare la Gioconda

Blockchain e Tokenizzazione: Chiunque può comprare la Gioconda

Chiunque potrebbe comprare la Gioconda? La risposta è ‘Sì’.

Per comprendere questa affermazione è necessario fare un passo indietro ed introdurre i concetti di ‘blockchain’ e ‘token’.

La blockchain è una struttura di dati organizzata in blocchi concatenati di transazioni. In modo più semplice, può essere considerata come un registro digitale di tutte le transazioni eseguite e condivise tra i partecipanti, con delle dinamiche in grado di garantire la certezza e la verificabilità di ogni singola transazione avvenuta. Ad esempio, chiunque voglia reperire un’informazione affidabile relativa ad una transazione avvenuta tra i partecipanti può accedere a questo registro digitale, così da verificare le caratteristiche dell’informazione stessa.

Un concetto strettamente legato alla blockchain è quello di ‘token’. I token sono rappresentazioni digitali di qualsiasi bene e di ampie categorie di diritti; in particolare, i token permettono di trasferire non solo il valore di un determinato sottostante, bensì anche i diritti sottesi ad esso. Ad esempio, possiamo immaginare che un token rappresentativo del 10% di una collezione di opere d’arte non ne rappresenti solo il 10% del suo valore economico, bensì anche la possibilità di prendere parte alle decisioni relative alla collezione stessa.

Nonostante il concetto di ‘token’ esistesse ben prima della nascita della tecnologia blockchain – basti pensare al ‘token’ come oggetto in grado di rappresentare una qualsiasi forma di valore economico, ad esempio le fiches del casinò – diventa ora interessante analizzarlo congiuntamente alle dinamiche proprie di questa tecnologia.
I token possono essere emessi mediante l’utilizzo di ‘smart contract’, programmi trascritti ed eseguiti su blockchain; questi programmi possono fungere da accordo digitale, permettendo a due parti di assumere impegni attraverso la blockchain.
Nell’esempio della collezione d’arte, si può immaginare che il token rappresentativo del 10% della collezione venga emesso qualora l’acquirente corrisponda 15.000€ al soggetto offrente il 10% della collezione stessa.

Il processo appena descritto, in cui il valore e i diritti sottesi ad un bene reale vengono incorporati e rappresentati da un token digitale, prende il nome di tokenizzazione.
Potenzialmente, è possibile tokenizzare qualsiasi bene (materiale o immateriale, pubblico o privato, esistente o ancora da realizzare) rendendolo acquistabile – anche se solo in parte – da chiunque.

Pensiamo ad esempio al “Meules” di Monet, venduto nel maggio del 2019 all’asta di Sotheby’s per oltre 100 milioni di euro; in questo caso, se l’opera fosse stata interamente tokenizzata e fossero stati emessi 100 milioni di token del valore di un euro l’uno, ognuno di noi avrebbe potuto acquistare un ‘pezzo’ di Monet al costo di un caffè. Poiché i token incorporano anche i diritti sottesi al bene tokenizzato, è possibile immaginare che i proprietari dei singoli token avrebbero ricevuto anche parte dei guadagni derivanti dall’esposizione dell’opera stessa, essendone di fatto i proprietari.

Inoltre, è fondamentale considerare la semplicità con cui i token possono circolare, potendoli trasferire dal portafoglio digitale (‘wallet’) di una persona a quello di un’altra, oppure scambiandoli all’interno di appositi mercati digitali. La circolazione di questi token permessa dai protocolli blockchain, consente di evitare quasi totalmente le dinamiche di contraffazione o di truffa, mettendo a disposizione un registro digitale non manipolabile in grado di garantire la certezza e la verificabilità di ogni singola informazione e transazione avvenuta.

Pertanto, oltre a fornire vantaggi in termini di trasparenza, certezza e verificabilità del dato – di fondamentale importanza nel mercato dell’arte al fine di garantire anche la provenienza delle opere d’arte, vista l’elevata percentuale di opere false – la tecnologia blockchain fornisce anche la possibilità di possedere opere d’arte tra le più famose al mondo, beneficiare dei potenziali guadagni derivanti da esse e poter liquidare l’investimento in qualsiasi momento.

In quest’ottica, oltre ai vantaggi tipicamente attribuiti alla tecnologia blockchain in termini di sicurezza ed affidabilità, si aggiunge l’opportunità di fornire un alter ego digitale al valore ed ai diritti dei beni reali. In questo modo, la tokenizzazione ci permette potenzialmente di diventare proprietari di almeno una parte di qualsiasi bene reale immaginabile.
Così, diventa molto semplice comprendere come ognuno di noi potrebbe comprare la Gioconda, almeno in parte.

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