P-MAGAZINE

10 domande all'artista Cristina Treppo

Cristina Treppo, artista e docente presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze. La sua ricerca attraversa la scultura, l’installazione e la fotografia. Vive e lavora tra Udine e Firenze e ha insegnato all’Accademia di Belle Arti di Venezia e all’Accademia Albertina di Torino. 

Le sue opere sono caratterizzata dall’utilizzo, spesso combinato, di materiali di diversa natura: dalla leggerezza e la fragilità del vetro fino alla robustezza del cemento.

La abbiamo incontrata per porle 10 domande, così da conoscerla meglio e apprezzare il suo punto di vista.

1. C’è un fil rouge che collega tutte le tue opere o sono frutto di ispirazioni estemporanee?
Se possibile parto dall’analisi di un luogo, di un edificio, e creo allestimenti site-specific, considerandone la destinazione d’uso e la storia. Ma non è un processo scontato, può avvenire anche il contrario: che un lavoro, o una serie di lavori, si innesti in un contesto dando vita a un dialogo fatto di assonanze o contrasti. Importante è che i progetti escano della dimensione dello studio, perché è proprio lo sguardo in un ambiente esterno che apre a nuovi significati.
Gli spazi sono animati da presenze, da fantasmi. Il filo che percorro è quello della memoria, prendendo in considerazione le tracce che lascia il passaggio delle persone, degli eventi e delle condizioni atmosferiche. Vorrei riuscire a cogliere gli strati sottili, invisibili, per trasmettere emozioni.

2. Parliamo di materiali e semilavorati. Le tue opere ne usano svariati, molto diversi. Come li scegli?
Nel tempo ho usato materiali diversi, che messi insieme sembravano potenziarsi, perché avevano caratteristiche dissonanti. Penso ad esempio al vetro, che in relazione a corpi pesanti sembra ancora più fragile. In un’altra fase mi sono servita di mobili e oggetti trovati che assemblavo e modificavo, rendendoli disfunzionali. Mi sembravano interessanti perché possedevano già strati di vita, una storia propria, il più delle volte misteriosa. In questo momento sono più interessata alla trasformazione di materie prime, al grado zero di un elemento che può diventare ogni cosa.

3. Qual è il materiale che ti è piaciuto di più incontrare e lavorare?
La ricerca degli ultimi anni si avvita intorno all’uso del cemento. E’ un materiale idealmente riconducibile all’architettura, che allo stesso tempo può essere usato per realizzazioni in grande scala o per piccole costruzioni, associandosi all’idea di casa o di monumento. Riprendendo il discorso di prima credo di restare ancorata a questo materiale perché è molto sensibile, raccoglie ogni impronta, ha una superficie piena di dettagli e imperfezioni imprevedibili che rimandano immediatamente a un’idea di vissuto. Poi io non sono molto paziente, lavorare con il cemento richiede rapidità, e il risultato appare evidente dopo poche ore, quando si solidifica e diventa possibile aprire gli stampi. C’è un rapporto diretto e immediato tra forma ideale e forma materiale, concreta, con sempre un margine di variabilità che rende unico ogni pezzo. I limiti del cemento invece sono la poca plasmabilità, il suo carattere un po’ rigido e la pesantezza, che si traduce anche in fragilità, perché e difficile ottenere spessori di piccole dimensioni senza dover ricorrere a un’armatura.


4. Gli oggetti della quotidianità sono spesso soggetti della tua arte. Come cambierà a causa della pandemia il rapporto con lo spazio? Come lo rappresenterai?
Da un po’ sto lavorando al Vaso come forma archetipica. E’ un oggetto universale, che rimanda alla struttura del corpo, agli organi del corpo. Può contenere sostanze vitali, liquidi e cibo, oppure ceneri, o fiori, elementi che rappresentano la caducità delle cose, la trasformazione, la Vanitas. Credo che approfondirò ancora questi temi, definendo delle serie di pezzi simili, dove è possibile far vivere nello spazio il singolo elemento o tante forme coerenti organizzate in installazioni, guardando alla scultura, ma anche all’oggetto d’uso, al design.
La pandemia ha portato con sé la necessità di ridefinire il contesto pubblico attraverso la misurazione e la delimitazione dello spazio interpersonale per garantire distanziamento e sicurezza, con soluzioni estetiche simili in tutto il pianeta. La definizione di area individuale e collettiva, e il confine tra le due dimensioni è un argomento interessante. Sto riflettendo su queste realtà, coinvolgendo i miei studenti all’Accademia, guardando alla traduzione formale e concettuale dell’idea di spazio da parte degli artisti, nella continua oscillazione tra sensibilità soggettiva e interrelazione. Essere artisti ci pone in una posizione di responsabilità, quello di cui ci occupiamo ha a che fare con strutture che trasformano il pensiero in contenuti visibili.

5. Cosa ti ha fatto perseverare – situazioni o persone – nella tua carriera di artista?
Forse proprio la necessità, come stavo dicendo prima, di dare vita a disegni mentali, che magicamente, attraverso passaggi, fasi, scelte, a partire dal nucleo del progetto iniziale, diventano oggetti, corpi che vivono in un luogo. In genere mi appaiono immagini molto chiare di come dovrebbero uscire le cose, anche se poi il rapporto tra idea e potenzialità della materia comporta fatica, compromessi, accettazione di limiti. E’ proprio così, mi sembra irrinunciabile non realizzare qualcosa che si è affacciato nella mia mente, voglio dargli una possibilità.

6. Promuoversi come artista: quali difficoltà, oggi?
Un artista deve avere tante competenze. Conoscere, non essere ingenuo, saper fare (o saper delegare), essere capace di veicolare il proprio lavoro. Il problema per me è sempre il tempo, che non basta mai. Non è facile seguire ogni aspetto, definire come e dove deve collocarsi una poetica e intuire come può essere percepita. I mezzi di comunicazione e l’opportunità di relazionarsi velocemente a distanza rendono però tutto più fluido riducendo i tempi.

7. Che ruolo ha la tecnologia nella realizzazione delle tue opere?
E’ molto utile nella fase di ricerca. Poter entrare in un database e accedere a un numero enorme di informazioni, a storie e schede tecniche di materiali è importantissimo, come è prezioso possedere un archivio personale di immagini da sfogliare ogni tanto come promemoria visivo. La fotografia cattura istanti che possono diventare appunti, evoca intuizioni che tendono a dissolversi, come un disegno o una frase annotata rapidamente.

8. E nel promuoverle?
Senza la tecnologia sarebbe molto difficile documentare il proprio lavoro, organizzare e catalogare quello che facciamo. Penso al mio sito come a un archivio aperto a tutti, dove ogni galleria corrisponde a un progetto. Mi serve come traccia per inanellare un anno all’altro.
Ora la gran parte dei musei e delle gallerie si è organizzata proponendo eventi e mostre visibili nella rete, dove accanto alla pubblicazione di situazioni reali vengono generate opere e manifestazioni virtuali. E’ interessante. Si assiste a una certa smaterializzazione, come in un allestimento teatrale effimero, con la sovrapposizione tra la concretezza di un manufatto, che ha un valore e delle dimensioni tangibili e la fantasmagorica messa in scena di un’illusione.

9. Essere artista e insegnante: come sono collegate queste due dimensioni?
Insegnare in un’Accademia è un privilegio. Non c’è un vero confine tra i due ruoli. Studiare, documentarmi, trasmettere, ricevere, tutto ruota attorno a un processo interessante. Tutto è collegato. Il lavoro che fanno i ragazzi è sorprendente, aperto a tante eventualità.

10. Su cosa è indirizzata la tua ricerca?
Ultimamente mi sento più vicina a contesti legati al design, anche se non smetto di guardare all’evolversi dell’arte contemporanea, con le sue infinite potenzialità espressive. Curiosamente trovo molti punti di contatto con l’architettura di interni, dove si sperimentano sempre nuovi materiali in sinergia. Realizzare oggetti con una funzione precisa pone dei limiti dentro i quali il progetto appare più chiaro. L’utilità che deve essere attribuita all’oggetto stesso sembra amplificarne il significato.

per ricevere notifiche sui prossimi articoli e case study, seguici sul nostro canale telegram

CONTATTACI

Poetronicart s.r.l.
Start-up innovativa
insediata presso BIC Incubatori FVG
TRIESTE

 

Location
Via Flavia 23/1 – 34148 | TRIESTE

Via Ofanto 18 – 00198 | ROMA
Via Nino Bixio 19 – 20123 | MILANO

+39 040 8992235 info@poetronicart.it

Info
P. IVA IT01282080322

Cap. Soc. € 125.000,00 I.V.
Codice destinatario: M5UXCR

Gli ultimi articoli del P-Magazine

Il progetto POETRONICART 4.0: COMPLETAMENTO DELL’INFRASTRUTTURA TECNOLOGICA ha ottenuto un finanziamento di Euro 40.230,32 dalla Regione Friuli Venezia Giulia sul bando POR FESR 2014–2020. Attività 2.3.b.1 bis – Aiuti agli investimenti e riorganizzazione e ristrutturazione aziendale delle PMI”.
Il progetto di investimento in tecnologie dell’informazione e della comunicazione ha lo scopo di COMPLETARE, IMPLEMENTARE, CONSOLIDARE E INTEGRARE L’INFRASTRUTTURA TECNOLOGICA di POETRONICART, in aderenza alla sua natura di MARKETPLACE e MULTIPIATTAFORMA DIGITALE integrata, multicanale e multidevice, atta a erogare e mettere a disposizione strumenti e nuove tecnologie selezionate e realizzate per supportare gli operatori dell’arte e dei beni culturali iscritti alla piattaforma, regolare e rinnovare il mercato attraverso registri blockchain e gestire al meglio la community.