9 domande all'artista Matteo Zeni

Matteo è nato a Feltre, in provincia di Belluno, e sin da piccolissimo – grazie al padre e allo zio che scultore – ha respirato arte. Ha frequentato l’Istituto d’Arte di Pozza di Fassa e l’Istituto professionale di Ortisei dove, nel 2010, ha conseguito il diploma di maestro scultore. Nel 2011 e 2012 ha proseguito gli studi presso l’Accademia di Monaco di Baviera per tornare poi a Carrara, capitale del marmo.

Lo abbiamo incontrato per parlare di arte, artigianato, legno e marmo. 

Questo è il risultato della nostra “chiacchierata”.

1. Ciao Matteo, vorrei iniziare giocando con le definizioni. Ti senti più artigiano o artista e qual è il confine tra le due definizioni?

 

Mi interrogo sull’argomento fin da quando ero un ragazzino, anche la mia tesi di laurea triennale indagava sul confine sottile tra artigianato e arte. Per artigianato s’intende tutto ciò che comprende l’attività svolta con l’utilizzo delle proprie mani, della propria creatività e della tecnica che permette di trasformare le materie prime in prodotto.

L’artigianato comprende tutte quelle tecniche ed abilità manuali che permettono all’uomo di realizzare un manufatto utilizzando una materia prima e trasformarla in prodotto.

L’artigiano è quindi un tecnico, guidato dall’esperienza, che è in grado di eseguire una lavorazione impiegando poco tempo e ottenendo un risultato ottimale. La definizione di artigiano è quindi ben definita mentre per quella di artista ognuno ha il suo punto di vista.

Per me l’artista è colui che sviluppa un progetto attorno a un’idea. Non deve necessariamente conoscere alla perfezione la tecnica per sviluppare il suo progetto perché per quello può rivolgersi ad un bravo artigiano.

Personalmente non mi piace definirmi ne artigiano ne artista, mi sento fortunato a possedere le conoscenze e competenze tecniche che mi permettono di realizzare le mie sculture, forse quindi mi sento un po’ tutte e due.

2. Partiamo dalla tua infanzia, sei nato respirando legno sin da piccolo. Essere uno scultore è stata una scelta o una naturale svolgersi dei fatti?

Mio papà è un artigiano del legno, fin da piccolo lo vedevo scolpire e volevo farlo a mia volta. Sono un tipo molto curioso e determinato e credo sia sviluppato tutto in maniera molto spontanea. Da piccolo intagliavo piccoli galletti di legno nel laboratorio e poi, pian piano, ho voluto fare qualcosa di più, progettare un’idea che fosse solo mia. Per questo ho scelto di proseguire gli studi delle tecniche della scultura e iscrivermi in accademia: per imparare a sviluppare un’idea e un progetto che non fosse solo oggetto ornamentale.

3. L’esperienza all’estero: come ha influenzato il tuo percorso?

All’epoca ero ancora piccolo, avevo appena finito la scuola di scultura della Val Gardena dove mi era stato insegnato a eseguire più che a pensare. In Accademia a Monaco mi veniva chiesto di sperimentare ma in quel momento non ero pronto, ero ancora troppo legato alla tradizione lignea e all’idea di scultura classica. Frequentai solo un anno e poi mi ritirai. Credo che l’esperienza in Germania mi abbia aperto lo sguardo verso nuove possibilità solo una volta fatto rientro a casa. Tornato in Italia mi sono spostato a Carrara, con un po’ di maturità in più e tanta voglia di imparare qualcosa di nuovo.

4. Il legno, così come il marmo, sono materiali antichi e storici. Qual è il rapporto con la tecnologia invece?

La tecnologia è presente in alcune delle mie opere. È vero che il legno e il marmo sono materiali antichi ma non lavorarli utilizzando tecniche attuali potrebbe essere un passo indietro. A mio parere è importante conoscere le tecniche della lavorazione di una scultura, che sia in legno o in marmo, la tecnologia può però aiutare a velocizzare il processo di lavorazione e assumere un significato simbolico. La tecnologia può quindi diventare un mezzo con cui esprimere nuovi contenuti. Michelangelo scolpiva le sue sculture a mano, con scalpelli temperati e mazzuoli di ferro dolce, aiutato da abili artigiani. Attualmente uno scultore può utilizzare, per la riproduzione di un suo modello, un robot da scultura – con frese diamantate – messo in funzione da un tecnico specializzato in scultura digitale. I tempi sono differenti ma il processo di realizzazione sembra sempre il solito, a mutare è l’idea di arte.

5. C’è un fil rouge che collega tutte le tue opere o sono frutto di ispirazioni estemporanee?

La mia ricerca in ambito scultoreo è in continuo divenire, le mie opere sono frutto di un continuo processo di rielaborazione. Inizialmente con le mie sculture cercavo di distaccarmi completamente dalla scultura classica, ma non ci riuscivo particolarmente bene. Crescendo mi sono reso conto di quanto la classicità e la tradizione siano parte integranti della mia storia e ho smesso di evitarle, cercando di farle mie. Inoltre cerco in ogni scultura di far mio il pensiero di montagna, fare con quello che si ha e ridurre gli sprechi, per questo molte delle mie opere sono realizzate con scarti della lavorazione del legno e del marmo.

6. Parlando di tecnica, viene prima la scelta del materiale o l’ispirazione?  Prima l’idea del Pensatore e poi il marmo, o viceversa?

Per me viene prima il materiale, è un modo per iniziare una riflessione. Prediligo il legno. Mi piace scolpirlo e questo fa parte della tradizione della mia terra d’origine, il Trentino. Arrivato a Carrara ho poi conosciuto il marmo e mi ha affascinato molto, anche se è un materiale più freddo e duro, ti spinge a essere più riflessivo. Certo, un’idea di base c’è sempre e anche strutturata, poi mi lascio guidare da quel che è il materiale, non spaventandomi se trovo un’imperfezione ma cercando di renderla la chiave dell’opera.

7. Umano troppo umano è il titolo della tua ultima mostra: come mai hai attinto da Nietzsche per il titolo?

Il titolo mi è stato proposto da uno degli organizzatori della mostra che si è svolta presso lo spazio espositivo del liceo artistico di La Spezia. Ho accolto positivamente questo suggerimento perché credo possa rappresentare al meglio l’essenza del mio lavoro. “Umano troppo umano” perché con le mie sculture ricerco l’interiorità, un pezzetto alla volta, processo che è evidente nella forma esteriore dell’opera, apparentemente e ad un primo sguardo perfetta e completa sotto ogni aspetto.

8. Nell’omonimo saggio il filosofo tedesco dice: “Tutta la vita umana è profondamente immersa nella non verità.” Che rapporto ha la tua arte con la verità?

Le mie realizzazioni ultimamente sono ritornate al classico e questa è già per me una prima verità. Il classico e il tradizionale mi appartengono e sarebbe stata una bugia non farli rientrare nelle mie opere. Per la realizzazione delle mie sculture inoltre, utilizzo modelli reali, quindi anche in questo caso sono legato alla realtà. Per l’opera dal titolo “Nonno”, realizzata inizialmente modellando l’argilla mentre osservavo il volto di mio nonno, ho utilizzato scarti della lavorazione del legno. L’immagine dell’anziano, del vecchio, è esaltata e presentata in grande dimensione ma in realtà, e la gente nota solo in avvicinandosi, è realizzata con piccoli pezzettini di legno di scarto. Una sorta di costruzione che compongo un pezzo alla volta ricercando un’unione tra immagine e contenuto.

9. Da sempre rientra tra i ruoli dell’artista anche quello del “sapersi promuovere” o – più cinicamente – vendere. Tu come gestisci l’aspetto manageriale del tuo lavoro?

Ogni giorno che passa sono sempre più convinto che sia importante sapersi vendere quanto saper lavorare. Nell’era digitalizzata se non stai al passo con i tempi è difficile farsi conoscere, basti pensare ai social network, se non ci sei non esisti. Personalmente faccio molta fatica a utilizzarli in maniera efficace e costate, sono una persona semplice ma sto lavorando per migliorarmi. Molta importanza hanno poi le partecipazioni a mostre e concorsi, sono occasioni per confrontarsi con gli altri artisti e con il pubblico con cui mi piace intrattenermi per ascoltare dal vivo il loro punto di vista sulle mie realizzazioni.

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