10 domande all'artista Viola Pantano

Viola Pantano è un’artista e performer italiana. Talento multiforme che spazia dalla danza, alla performance, dall’installazione alla fotografia fino al video.

Inserita da Exibart tra i “222 artisti emergenti su cui investire nel 2018” dal 2008 è attiva in fiere, mostre personali e collettive.

1. Io vado in crisi con le definizioni. Tu mi hai aiutato. “Viola Pantano Artist” è il primo risultato di Google. Artist è il termine giusto o l’unico abbastanza “largo” da poter riassumere quello che sei e che fai?

Come te, probabilmente, non sono un amante delle etichette, ma ahimè siamo tutti inconsciamente vittime di definizioni e categorie – vuoi per praticità, vuoi per accelerare la comunicazione di ciò che si fa e che si è – per vivere.

Sono una creatura del creato, giusto? Sento per questo il dovere ma anche il piacevole fardello di dover creare… e l’arte è l’unico mezzo che conosco per farlo.

Certo, questo non cambia l’espressione dubbiosa in viso di chi tenta, cercando una risposta secca, di sapere cosa faccio esattamente. Il termine “Artista” è senza dubbio quello è stato più associato al mio lavoro e alla mia persona nel tempo ma, per comprendere appieno gli ambiti di azione e gli intenti, c’è sempre bisogno una maggiore argomentazione.

Bisognerebbe avere una parola chiave per ogni interlocutore perché la sua interpretazione di “artista” può variare molto in funzione di quella che è la sua esperienza pregressa e la sua conoscenza personale. Il mio lavoro – da alcuni – è erroneamente considerato un passatempo. Il lavoro dell’artista è proprio come quello di tutti gli altri, progettiamo, realizziamo, vendiamo qualcosa e paghiamo le tasse.

2. Tante delle tue opere si chiudono con una lunga lista di ringraziamenti il che mi lascia pensare che il processo creativo sia molto condiviso. Ecco, fino a che punto? Quando arrivano le collaborazioni?

In ogni lavoro cerco di sperimentare ed imparare qualcosa di nuovo restituendolo agli altri in un’opera artistica. Non prediligo nessuna tecnica in particolare; mi muovo dalla fotografia alla scultura, dalla danza all’installazione, passando per la video arte.

Questo mi porta inevitabilmente a dovermi interfacciare con altre figure. Le fasi del mio lavoro sono ben distinte. Mi divido in una sorta di bipolarità. In primo luogo c’è l’idea – la fase solitaria e assolutamente asociale – che custodisco gelosamente fino a che non sento che sia davvero quella giusta. Subito dopo, una volta che è chiara e definita nella mia mente, mi apro a diversi interlocutori in base alle necessità – fase di socialità.

Una lunga lista di ringraziamenti è spesso presente perché senza la fiducia, la stima e la tenacia, di molti di loro, alcune opere non avrebbero mai preso forma. Alcuni progetti sono troppo grandi e l’ausilio di altre mani è necessario, mentre in altri cerco una condivisione che prende vita quasi sempre nel momento della realizzazione. Considero preziosi collaboratori anche coloro che con pazienza ascoltano le mie idee e che, nel bel mezzo d’un discorso, pur non rendendosi conto, mi suggeriscono nuovi sviluppi. 

Ascoltare le vite degli altri, dunque, è la pratica che più mi affascina. Quella possibilità unica e rara di poter vivere tante vite in una. Un mio amico matematico mi ha tradotto questo concetto con estrema arguzia: “Il tuo immaginario non è altro che la somma del tuo intelletto a tutto quello che hai visto e sentito finora, moltiplicato per la tua volontà di trasformazione”.

3. La quarantena è stato un momento di ispirazione o di stasi?

Superato il primo periodo di disorientamento – credo comune a tanti di noi – ho avvertito, quasi immediatamente, la necessità irrefrenabile di fare qualcosa, di rendermi utile, canalizzando le mie energie e capacità in un progetto nuovo. 

Tutta la programmazione di mostre e commissionati stabilita fino a quel momento, tranne poche azioni che hanno poi visto comunque la luce, si è interrotta e congelata quindi ho cercato di vedere questo reset, nonostante l’evidente disgrazia globale, come una benedizione; stavo bene – a differenza di molta povera gente che ha visto, purtroppo, questo male troppo da vicino – e questo mi dava la possibilità e anche la forza di “fare” piuttosto che aspettare inerme. È così che è nato il progetto partecipato “Uncover”.

4. Un progetto che, se non sbaglio, ha avuto anche uno scopo nobile. Me lo racconteresti?

Con tutto il controsenso del caso, il male può farci bene! È forse la consapevolezza che spesso il nulla è più importante di ogni cattiva pratica e insieme all’arte, per me, non è altro che un presagio di possibili nuove realtà. 

Il vuoto è costantemente sottovalutato, è utile al processo creativo. Siamo animali strani e cavalchiamo ogni onda come se fosse l’ultima di passaggio e inevitabilmente ogni scossa ci fortifica e apre nuove visioni. È stato così per “Uncover”, un progetto partecipato che ha visto il coinvolgimento di 100 comunicatori (musicisti, pittori, fotografi, scultori, attori, performer, illustratori, sportivi, coreografi, registi, street artist, tatuatori etc) ai quali ho chiesto di inviarmi entro una certa data, una fotografia della loro bocca intenta in un’espressione che più li rappresentasse in quel momento o della quale più avrebbero sentito la mancanza ora che tutti siamo costretti ad indossare la mascherina. Le 100 immagini raccolte hanno contribuito alla realizzazione di un’opera fotografica, una composizione da me curata, che è poi divenuta una stampa in edizione limitata di 150 copie, formato 68x48cm, numerata e autenticata. 

Il progetto, realizzato in collaborazione con la piattaforma d’Arte Adadvisor, che ne ha curato la fase divulgativa e commerciale, è stato finalizzato ad una raccolta fondi che ci ha permesso di fare una donazione del valore di 7300€ all’Ospedale Fabrizio Spaziani di Frosinone. Nei prossimi mesi, con le stampe rimaste, ho intenzione di effettuare una nuova campagna e raccolta fondi per un’altra istituzione del territorio che ne ha bisogno. Stiamo valutando con Carlotta Mastroianni di Adadvisor come e a chi destinare il prossimo ricavato.

5. Di te mi sorprende vedere la moltitudine di tecniche e linguaggi con i quali ti esprimi. In base a cosa scegli oltre un’eventuale commissione? L’idea nasce in un’abbinata già monolitica o pensi prima il concetto e poi quale sia il mezzo migliore per esprimerlo?

In realtà anche i miei committenti conoscono bene la mia inclinazione a spaziare molto tra diversi linguaggi e tecniche, è forse una caratteristica imprescindibile per me. 

Questa pratica nasce senz’altro da una forte volontà di ricerca e da una  – talvolta pericolosa – curiosità. Quando la visione di un nuovo lavoro prende forma con arroganza nella mia mente lo fa suggerendomi, anche, un materiale o una tecnica necessaria per far sì che il concetto venga espresso al massimo delle sue potenzialità. L’immaginazione mi porta ad idealizzare l’opera finita rendendomi consapevole da subito di quale mezzo munirmi per realizzarla. Spesso quella tecnica è già parte del mio bagaglio culturale e altrettanto spesso mi pone dinanzi a sfide che mi travolgono completamente.

6. Tutte le tue opere (ovviamente le sculture ma anche le foto ad esempio) sono caratterizzate da un concetto forte di spazialità e di rapporto con lo spazio fisico. Può essere questo un filo conduttore?

Potrei appellarmi a molti fili conduttori diametralmente opposti nel mio lavoro ma molto presenti. Uno è senza dubbio lo spazio. Qualsiasi cosa pensiamo di fare o di realizzare, purché abbia una connotazione fisica e reale, non può – a mio avviso – prescindere dallo spazio che andrà ad ospitarla. Ho avuto la fortuna di realizzare molte esposizioni site-specific e residenze e queste esperienze non hanno fatto altro che fortificare la mia, già radicata convinzione, che lo spazio detiene un ruolo unico nell’arte. 

7. L’arte per eccellenza che si muove nello spazio è la danza. Ce n’è molta in quello che fai?

La danza, soprattutto quella contemporanea è in ogni gesto quotidiano, la stessa gestualità, spontanea, che indago nel realizzare un’opera video o fotografica. Molto spesso infatti nell’interpretare un ruolo per una produzione della compagnia [Ritmi Sotterranei] diretta da Alessia Gatta – di cui faccio parte da molti anni – ho avuto l’input per un nuovo lavoro personale, un’installazione, una produzione fotografica o un video. Ogni linguaggio ne stimola un altro, non posso fare a meno di sottostare a questo principio.

8. Hai viaggiato molto ma è forte il tuo rapporto con il tuo territorio. Pensi davvero l’arte possa essere un volano per i piccoli borghi?

L’arte ci aiuta a vivere meglio. È un simbolo di speranza conservato e pronto ad essere consumato quando ne abbiamo bisogno. Sta lì a ricordarci che la vita è un grande contenitore fatto di felicità, eccitazione, confusione, sofferenza, adrenalina etc. 

Il potere dell’arte risiede nel dare al suo fruitore qualcosa che gli manca, un contrappeso sulla bilancia emotiva. Ha la capacità, dunque, di renderci meno soli. Infatti, davanti ad un’opera d’arte il fruitore sente colmare un vuoto che ha dentro. Il compito dell’artista infatti dovrebbe essere quello di stimolare e di trascinare. L’arte è un ideale da perseguire. 

L’arte può essere e dovrebbe essere anche inclusiva, vista la quantità di informazioni visive alla quale siamo sottoposti nella nostra epoca accelerata, sono, forse, le opere più interattive e condivisibili pubblicamente quelle che hanno più riscontro nella contemporaneità. La terra da cui provengo, la Ciociaria, fatta di contraddizioni e meraviglie, è un luogo che, ovunque vado, porto nel cuore e al quale ogni volta che torno cerco di restituire qualcosa tramite piccoli gesti e piccole iniziative. Siamo tutti attori protagonisti nel dover conoscere e custodire le nostre radici. Soprattutto nell’ultimo periodo, nel quale per ovvie ragioni sono stata più ferma del solito, ho realizzato delle opere per e con il territorio (vedi “Limiti”).

È da questo amore profondo che è nata, nel 2015, IAM – L’anomala guida illustrata della Ciociaria, un progetto a sei mani (realizzato con Alessandro Rossi e Marta Latini) che nasce dall’esigenza di restituire amore al suolo che ci ha in parte segnati e formati, come artisti e come esseri umani.

9. Relativamente da poco hai abbracciato i social in modo più organico. Mi spiegheresti il motivo di questa scelta e come ha cambiato il tuo lavoro l’atterraggio sulle varie piattaforme?

Per un lungo periodo ho semplicemente ignorato i social. Sono tendenzialmente una persona molto pratica a cui piace sporcarsi le mani e che ha sempre passato poco tempo alla ricerca di intrattenere rapporti virtuali. Amo le emozioni delle persone, quelle reali e dal vivo, sono fonte di stimolo per me e per il mio lavoro e questo è un fatto a cui non posso rinunciare. Ad un certo punto, qualche anno fa, ho deciso di approcciarmi all’utilizzo dei social (instagram e facebook) per il mio lavoro, ho semplicemente compreso meglio come poterli utilizzare in modo intelligente e senza sentirmi vittima. Comprendo perfettamente che l’utilizzo costante e ripetuto possa portare maggior visibilità al mio operato ma non nego una certa discontinuità… spesso sono troppo presa, nel fare quello che devo fare, da rallentare il ritmo di pubblicazione e comunicazione sui social. Per alcuni lavori è stato bellissimo poter mettere al corrente o addirittura coinvolgere – per le opere partecipate come “Limiti” o “Uncover” i miei seguaci in tempo reale su quello che stavo realizzando. Specialmente su Instagram ho ricevuto moltissime richieste di informazioni, instaurato rapporti con collezionisti che poi si sono convertiti in commissioni reali di opere e venduto a collezionisti che hanno, grazie ai social, scoperto i miei lavori.

10. In generale i social credi facciano bene o male al mondo dell’arte? Mi spiego: vedere un gran quantità di immagini ogni giorno, essere – in qualche modo – vittime del meccanismo dei like, abbassa o alza lo standard e la capacità di lettura?

Nulla va demonizzato ma bensì compreso e modulato per le proprie necessità dall’interno. Ogni epoca ha le sue innovazioni che vengono viste inizialmente sempre con una buona dose di scetticismo o addirittura utilizzate come capro espiatorio di qualche brutto accadimento. Mi rendo conto, in parte, di essere privilegiata nel aver vissuto l’infanzia e l’adolescenza in un momento storico privo di interazione network che mi ha permesso di essere spensierata, di giocare in campagna e a campana tra i vicoli di un borgo sbucciandomi le ginocchia; Ed ora conservare quella sensibilità e quello stupore genuino utilizzando quel potentissimo mezzo che è nelle nostre tasche e che in pochi secondi ci mette in connessione con quello che sta accadendo dall’altro capo del mondo… è assurdo e affascinante! 

La mia generazione, come quella poco precedente alla mia, ha l’arduo compito e l’importante responsabilità di tramandare principi autentici senza vietare alle future generazioni l’utilizzo di questo potente mezzo. Spesso è il senso critico oggettivo che manca, slegato dalle congetture create dalla rincorsa al maggior numero di like, sembrerebbe esserci troppa informazione e poca formazione.

 Non mi sento di risponderti a questa domanda, significherebbe generalizzare, sarebbe un errore. È da tutta la vita che osserviamo e immagazziniamo immagini, ne siamo sommersi; posso parlare del mio punto di vista, della mia esperienza personale;  quando sento la necessità di creare un nuovo lavoro, lo sguardo -il mio-, si rivolge all’interno e non osservo più nulla. Forse dovremmo vivere la nostra vita cercando noi stessi piuttosto che cercando qualcuno o qualcosa… o ancora peggio di dimostrare a qualcuno, qualcosa. Le bacheche dei social potrebbero essere davvero piene di contenuti interessanti da vedere e leggere… chissà!

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