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Blog POETRONICART

VANFIORI: LA GIOSTRA COME ERESIA

Team POETRONICART - Monday, September 11, 2017
Vi proponiamo da Juliet Cloud Magazine, un articolo sull'arte di Eugenio Vanfiori a firma di Carmelo Celona.

Le giostre di Eugenio Vanfiori sono un rifugio dell’anima.
Sono la rappresentazione di una poetica ribellione anarchica ai nuovi paradigmi della coscienza postmoderna. Sono una narrazione di un mondo antico, il declinare di una storia mai scritta… quella dei giostrai. Sono un racconto mai raccontato di una comunità universale di cittadini del mondoIl racconto della concezione di una vita “altra”, di un “altro” sistema sociale, di un “altro” modello di aggregazione umana. Di un rapporto più libero e libertario tra l’uomo e il territorio che lo ospita. Sono la rappresentazione festosa e consapevole della provvisorietà delle attività dell’uomo ovunque s’insedi. Una categoria di pensiero che rifiuta la stanzialità, la permanenza costruita, l’appropriazione dei luoghi oltre i bisogni naturali. I giostrai e le giostre sono la negazione del diritto di proprietà. Sono un’eresia fatta di divertimento e allegria. Rappresentano una resistenza eterotopica al degrado delle metropoli, la risposta ai “non luoghi” della post modernità di cui la città attuale è caratterizzata. Le giostre sono il significante del mondo della gioia. Mondo ideale senza affanni, fatica di vivere, guerre, contrasti... Solo gioia! Sono il significante di quella fanciullezza perpetua rimasta dentro ognuno di noi, triste o spensierata che sia. Sono la forma di quella semplice felicità a cui tutti dovremmo avere diritto, senza discriminazione. Luoghi, dove la fantasia collettiva trova la sua dimensione fisica, dove l’inconscio ludico di ogni uomo trova la sua ideale dimora. Sono la triste metafora dell’esistenza costretta da una realtà dove l’unica via d’uscita è la fantasia. Vanfiori come Chagall rappresenta la sua rivoluzione proponendo il mondo fantastico della gioia. Egli è un artista ancorato a un mondo dal quale ha assorbito grandi valori e autentici sentimenti esercitati in quei rapporti umani destinati al divertimento e allo svago. La sua arte è la rappresentazione di un mondo mancato, fatto di allegria e gioia. La sua ontologia è pervasa da impegno umano, poetico e rivoluzionario. L’artista siciliano con sorprendente originalità racconta il divertimento assicurato ad ogni povertà. La sua poetica esprime sentimenti fanciulli uniti a quelli della libertà in senso pieno. La libertà della fantasia ancorata a un’antica tradizione universale immutata e immutabile come quella dei giostrai. Un mondo concreto, affidabile, serio, libero da sovrastrutture sociali, regole, adempimenti, ecc.
Le sue opere sono una proposta alternativa, anarchica, eversiva rispetto al mondo attuale. Una proposta di libertà esistenziale. Una terza via di resistenza e rivolta: quella di pensare a un mondo ludico come nuovo modello per un mondo migliore. Vanfiori fa del suo retroterra esistenziale un’esperienza espressiva d’impegno sociale e culturale. La sua abilità artistica carica di senso civile il mondo “fanciullo” di quelle giostre che i grandi hanno dimenticato. Le sue atmosfere, a volte struggenti, trasformano la nostalgia della fanciullezza nel suo desiderio. L’artista giostraio sembra combattere, con le sue giostre e luna park, una guerra solitaria contro l’alienazione dei ludi digitali. In un’attualità ormai posseduta dagli iphone, smart phone, tablet, egli propone un divertimento senza tempo. Le sue opere sanno di ribellione e di resistenza al mondo attuale che propone la conquista della felicità attraverso la tecnologia del digitale. Sono una festosa riluttanza contro l’impetuoso “progresso tecnologico” che ha trasformato i luoghi del divertimento fanciullo (i parchi giochi) in una console di play station, dove tutto è programmato. Un’icastica allegoria reattiva ai simboli del neo liberismo e del capitalismo omologante: una sorta di vaccino per diventarne immuni.
La sua cifra da “realismo espressionista” propone i termini di un’eretica critica contro la deriva digitale. I colori roteanti sono un lampo di senso umano nell’attuale scenario alienante della postmodernità. La portata della sua resistenza culturale sta tutta nei luoghi della felicità per gli ultimi, i più piccoli, i più semplici, i più deboli che egli propone. Luoghi fatti di rapporti umani, puri, innocenti, candidi, senza competizioni e malizie. Non c’è traccia, nelle atmosfere di Vanfiori, del peso dell’esistenza, del conflitto.
La sua arte è uno degli esempi, ormai rari, di linguaggio artistico a servizio della concretezza e della verità. La riproposizione di quel mondo buono e autentico del divertimento di quei pomeriggi domenicali che odoravano di zucchero filato, mentre l’area lieve della festa era invasa dal suono dei carillon, scossa dagli stridii fragorosi delle auto scontro e percorsa dalle voci mitiche che dagli altoparlanti annunciavano un nuovo giro. Un nuovo giro di giostra: un altro viaggio con la fantasia.
Vanfiori usa le giostre per rappresentare il suo bisogno generazionale di un mondo dove è possibile per tutti realizzare sogni e desideri, cosa ormai impossibile nell’attuale contesto reale. Si serve della sua estroversa espressività artistica per manifestare questo disagio. Egli guardandosi intorno ha trovato solo il suo mondo d’origine: “il mondo dei giostrai”, come unico elemento metaforico al quale affidare la sua denuncia, accorgendosi che la sua identità e le sue radici possono essere la soluzione. Così ci offre il suo mondo per condividere con noi la fortuna di averlo vissuto e di continuare a viverlo. Quell’universo anarchico dove ogni cosa è possibile. Quel rifugio dove non accade mai nulla di negativo, dove tutto è gioia e dove nessuna alienante postmodernità potrà mai spegnerne le luci.
Carmelo Celona

Leggi l'articolo di Carmelo Celona e sfoglia le riproduzioni delle opere di Eugenio Vanfiori nel sito di Juliet Cloud Magazine.

IDENTITA' DI DEL BEN

Team POETRONICART - Monday, August 28, 2017
Proponiamo da Juliet Cloud Magazine l'articolo di Alessandra Santin sull'arte di Piergiorgio Del Ben.

Piergiorgio Del Ben (Pordenone 1990) è attento alle relazioni che sottostanno alla formazione e alla distorsione della personalità dell’uomo contemporaneo. Dopo l’Accademia di Belle Arti di Venezia, interessato alle categorie visive della sceneggiatura cinematografica, avvia il progetto Business Story, premiato dalla Bevilacqua la Masa (2011). Quindi si trasferisce a Milano dove continua a semplificare il tratto, Privilegiando pennellate minimali che gli permettono di accentuare la tragicità di volti e personaggi della serie Anonymous Project (selezione Under25 del premio "Artelaguna" 2013 e "Premio Arte" sezione Accademia 2013).
Dopo la laurea specialistica in Product Design all’Accademia di Belle Arti di Brera continua la sua ricerca realizzando Mind Vogue, che indaga lo smarrimento individuale e il mondo della moda.
Quest’ultima serie di ritratti s’inserisce a pieno titolo nelle riflessioni sull’Umanesimo che caratterizzano gli albori del Terzo Millennio. Si tratta di un antiumanesimo capace di annullare la soggettività, asservita alle regole imposte dalla società dei consumi e delle mode. Decontestualizzare la narrazione è il punto di partenza: operazione che Del Ben compie annullando prospettive e segni distintivi del luogo, in cui le figure sono rappresentate.
Campiture omogenee, colori compatti e arealistici assolvono a questo compito con straniante ironia. Privo di punti di riferimento individuali e radicati nella propria storia personale, l’uomo contemporaneo rinuncia al proprio nome e al proprio linguaggio, al proprio sguardo. Ospite di nessun luogo, immerso in una luce artificiale di serena opacità, ciascuno cela o modifica i propri tratti fisiognomici, l’età, la qualità del desiderio e le scelte di pensiero e di direzione. Attraverso una postura ragionata replicata all’infinito, la presenza di texture bidimensionali dell’abbigliamento e dell’arredamento, i protagonisti ritratti da Piergiorgio Del Ben si leggono per sintesi e per piani d’incontro, mai di confronto. Autoreferenziali e privi di autonomia essi rinunciano all’espressione del sé, al fluire del tempo storico, all’enigma.
Sul piano culturale l’assenza dei confini non tanto geografici quanto simbolici, caratteristici di un mondo globalizzato, rappresenta l’impossibilità di giungere a una comunicazione profonda, capace di andare oltre l’apparenza spesso puramente utilitaristica.
Il riconoscimento di alcuni canoni estetici decorativi riconduce ad un presente in cui le regole sociali e il potere economico declinano i principi della persuasione, della pubblicità, della bellezza esteriore codificata. Alcune mostre personali (Woland Art -Portopiccolo TS; MediaNaonis - Cordenons PN; Areaeventi38 Fossalta TV;) realizzate tra il 2016 e il 2017 ripercorrono l’intero percorso di ricerca dell’artista che si configura come esperienza compiuta e apprezzata da critica e pubblico.

Alessandra Santin
Vuoi vedere altre opere di Piergiorgio Del Ben? Consulta l'articolo originale su Juliet Cloud Magazine

MEDIA IN ART!

Team POETRONICART - Saturday, August 19, 2017
Pubblichiamo l'articolo di Valentino Catricalà sul progetto Blind.Wiki di Antoni Abad tratto dall'ultimo aggiornamento di Juliet Cloud Magazine.

Si può fare arte con le tecnologie? È questa una domanda fondamentale oggi, epoca nella quale la tecnologia inizia a essere un rappresentante importante in tutti gli ambiti della nostra vita. Nella quale essa si fa non più un medium ma un "ambiente" vero e proprio: un ambiente nel quale ormai quotidianamente viviamo.

Da più di cinquant'anni gli artisti si interrogano proprio su queste tematiche: come fare arte con le nuove tecnologie? Ed è questo il tema principale al quale è importante rispondere oggi. Media Art vuol dire proprio questo: l'arte nell'epoca dei media.
Arte e tecnologia è infatti un connubio che esiste almeno da più di cinquant’anni. Le media art hanno radici profonde. La nascita di un “ambiente mediale” risale almeno alla fine dell’Ottocento mentre l’utilizzo artistico di questo ambiente è rappresentato già da alcuni esperimenti delle avanguardie storiche. In particolare quegli esperimenti di singoli artisti che, fuori dalle correnti di appartenenza, creavano nuovi oggetti tecnologici per l’arte con la collaborazione di ingegneri e tecnici. Ne sono un esempio l’Optofono di Raoul Hausmann o la “visione elettromeccanica” di El lissitzky: esempi ancora poco conosciuti ma tutti da valorizzare (è quello che stiamo cercando di fare con il Festival sulle media art a Roma e il mio libro sulle media art di prossima pubblicazione per Mimesis).
E’ solamente verso gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, tuttavia, che si creano i primi veri filoni dedicati a queste tematiche facendo divenire il connubio arte e tecnologia qualcosa di sempre più riconoscibile. Videoarte, sound art, performance, installazioni tecnologiche, computer art: tutti esempi di un nuovo modo di concepire l’arte e il suo ruolo nella società. Ed è su questa linea che si situano le ultime tendenze dell’arte oggi. L’arte contemporanea sempre più ingloba al suo interno media tecnologici. Sempre più questi entrano in rapporto con noi e con i nostri corpi dipingendo nuovi ambienti e nuove potenzialità.
Un esempio oggi di sicuro interesse è il progetto blind.wiki di Antoni Abad, progetto che pone le proprie basi sul precedente megafone.net (dal 2004 al 2014). Nato come videoartista, invitato da Harald Szeeman alla Biennale di Venezia del 1999, passa ai primi esperimenti di net.art con il progetto z.exe, sviluppando le sue ricerche con il successivo megafone.net. Blind.wiki è uno sviluppo proprio di megafone.net rappresentando un esempio unico nel panorama artistico contemporaneo.
Blind.wiki prima di tutto parte dal corpo. L’artista struttura dei workshop nel quale i partecipanti dovranno imparare ad usare l’applicazione, conoscersi e iniziare a creare una comunità. Le comunità, ci dice, Abad, non sono solo virtuali – come poteva essere ancora per la net.art –, ma hanno il loro germe primario nel rapporto tra contatto fisico e contatto virtuale. L’artista in questo modo si immerge fra i futuri partecipanti, li tocca, ci parla, ne capisce le difficoltà, si sporca le mani. Oltre il net, l’arte e il lavoro di Abad è quello di tornare tra le persone, di capirne i difetti e gli imprevisti di mischiarsi fra loro: egli insegna e impara insieme a loro.
Grazie a questo primo atto di immersione, i partecipanti hanno inglobato gli strumenti e possono così iniziare a postare i contenuti attraverso la “telefonia cellulare” sulla piattaforma creata inizialmente dall’artista con l’aiuto di informatici. La piattaforma si caratterizza anche per la presenza della mappa, che strutturerà la geografia dei contenuti immessi. L’artista ha riadattato la mappa di Open Street Map a un design particolare con dominanze di nero e di giallo.
A crearsi man mano è una vera e propria “comunità interattiva” operante tra il fisico e il virtuale. L’applicazione è pensata propriamente per i non vedenti, i quali hanno come possibilità quella di immettere i contenuti attraverso “registrazioni audio geolocalizzate”. La totalità dei suoni, delle parole, dei rumori della strada, creano dei documenti audio che si strutturano come una “narrativa” non lineare: una narrativa rizomatica aperta alle mille connessioni e possibilità d’ascolto; un “archivio” di storie congelate nell’atto della registrazione: pensieri, idee, narrazioni, dove chiunque può navigare liberamente e scoprire un mondo normalmente sommerso.

A questo link l'ultimo aggiornamento di Juliet Cloud Magazine.


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